NATO: DOPO IL VERTICE DI ANKARA DOVE E’ LA VITTORIA? TRA WASHINGTON E TEHERAN LO SCONTRO RESTA SULLO STRETTO DI HORMUZ

di Paolo Giordani, Presidente Istituto Diplomatico Internazionale

“Penso sia finito.” Bastano tre parole, pronunciate dal Presidente americano Donald Trump a margine del vertice NATO di Ankara, per mandare in soffitta il memorandum d’intesa firmato con l’Iran, quello prevede(va) una tregua perché le parti arrivassero a un vero accordo di pace.

Per due notti consecutive i bombardieri americani hanno colpito decine di obiettivi – in rappresaglia, si dice, per gli attacchi a tre navi commerciali nello Stretto di Hormuz – e Teheran ha subito risposto sulle basi statunitensi in Bahrein e Kuwait.

Gli ayatollah, per il tycoon, sono “spazzatura” gente “malata”, con cui trattare è solo una perdita di tempo.

Parole grosse, come sempre, ma proprio con questo Presidente particolarmente conviene distinguere tra ciò che dice e ciò che fa.

Quello che fa spesso racconta il contrario. Non è certo la prima volta, che minaccia di colpire molto duramente per poi lasciarsi alle spalle una porticina socchiusa.

Anche questa volta, nel momento stesso in cui dichiara chiusa la partita, permette ai suoi negoziatori – Steve Witkoff e il genero Jared Kushner – di tenere aperto il canale di comunicazione con Teheran. Dietro la voce grossa, c’è un fatto assai spiacevole per Trump: la vittoria che sbandiera non c’è, non esiste.

Tremendo successo, “terrific”, ripete, e giura che il prezzo del petrolio precipiterà.

Peccato che i mercati, con l’arido linguaggio dei numeri, gli diano torto seduta stante.

Il barile di Brent schizza in alto, l’Organizzazione marittima internazionale raccomanda alle navi di stare alla larga dal Golfo, dove centinaia di mercantili restano imbottigliati, e lo spettro dell’inflazione appare sempre più minaccioso, mentre il Fondo monetario taglia al 3%  le stime sulla crescita mondiale.

Il trionfo, misurato col metro delle Borse, somiglia molto a una disfatta.

Poi c’è il paradosso vero, quello che fa quasi sorridere.

Caduta subito l’ipotesi di far crollare il regime degli ayatollah (che celebra in gran pompa i funerali di Khamemei), coperto dalle macerie l’uranio arricchito e impantanata la trattative sul programma nucleare iraniano, che cos’è rimasto?

Lo Stretto di Hormuz. Prima che il 28 febbraio Trump decidesse di attaccare l’Iran, era aperto, a nessuno era venuto in mente di trasformarlo in un gigantesco casello autostradale.

Invece a Teheran hanno capito che tener le mani su quel “collo di bottiglia” è perfino meglio che giocherellare con l’atomica.

Costa di meno e rende di più. Così, il grande obiettivo per cui si torna a fare la guerra – riaprire lo Stretto – non altro significa che riportare le cose esattamente com’erano al punto dipartenza.

Quanto al nucleare – che di questa guerra sarebbe la ragione ufficiale, il 95%  del problema a detta dello stesso Trump – se ne parla ormai a mezza bocca. E ho idea che forse non se ne parlerà mai troppo sul serio. In un tale pantano nessuno ha fretta di scoprire le carte, e il nodo più delicato finisce puntualmente rinviato all’accordo che verrà, cioè a un futuro del tutto incerto.

Restano i missili, restano i droni, resta una tensione mai allentata in cui il tutto si coniuga al futuro o al condizionale, si tratterà, si vedrà, qualcosa si muoverà, mentre, si badi, Israele non accenna a chiudere la partita libanese e dà l’impressione di non sapere più come spegnere i troppi incendi che ha appiccato, contemporaneamente, su fronti diversi.

La verità effettuale è più prosaica dei proclami di Ankara, e molto meno lusinghiera.

Ha torto chi canta vittoria per conto di Trump, ma ha capito poco anche chi lo prende alla lettera quando annuncia l’Armageddon.

Se un residuo di tregua reggerà, nelle prossime settimane qualcosa forse si muoverà davvero – e si muoverà, quasi di sicuro, sull’unico terreno che a Washington e a Teheran oggi preme di più, il passaggio delle navi ad Hormuz.

Per ora, facciamo conto di sedere in un palco al teatro dell’opera: cambiano le melodie, si inseguono i gorgheggi, adesso, i personaggi si minacciano, si tradiscono, si riconciliano, ma quando cala il sipario, guarda caso, si ritrovano sempre lì, pronti a ricominciare da dove tutto era cominciato.

fonte: reportdifesa.it

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