Int. Paolo Giordani, Presidente Istituto Diplomatico Internazionale
Ucraina: morto il senatore Graham, falco USA contro la Russia, ma prevale la strategia neocon. Zelensky cambia il governo e riorganizza l’esercito.
Zelensky cambia volto al suo governo e dimissiona la prima ministra Yulia Svyrydenko: l’ennesimo lifting a un’amministrazione che rimescola le carte anche in ambito militare per organizzare meglio le incursioni in Russia.
Tutto parte da uno scenario di guerra di cui era sostenitore il senatore repubblicano Lindsey Graham, deceduto improvvisamente, leader neocon tra i più agguerriti avversari della Russia, secondo una linea che ancora alberga nell’amministrazione USA.
Nessuna diplomazia, intanto, spiega Paolo Giordani, presidente dell’Istituto Diplomatico Internazionale (IDI), scardina le logiche della guerra: Putin e Trump hanno ripreso i contatti, ma per gli USA la Russia non può rappresentare un vero problema per l’Europa e i rapporti con Mosca servono solo per sottrarla all’abbraccio della Cina.
Zelensky ha annunciato un rimpasto di governo sostenendo che ogni area prioritaria della politica estera verrà seguita da una persona con una solida esperienza. Cosa cambia?
Il rimpasto va letto probabilmente come il tentativo di semplificare e ricondurre l’azione di governo ad alcuni temi di preminente importanza per l’Ucraina: il rapporto con l’UE, il rapporto con i Paesi confinanti, la soluzione del problema della difesa aerea. Qualcosa di simile, improntato alla stessa logica, sta avvenendo anche con le Forze armate. Sabato Zelensky ha annunciato la creazione di un “comando impatto a lungo raggio”, destinato a “concentrare il 100% delle risorse disponibili sull’ulteriore riduzione della capacità della Russia di condurre la guerra”.
In cosa consiste la novità?
In precedenza gli attacchi con i droni contro la Federazione Russa erano compiuti da varie formazioni sotto il controllo dei servizi di sicurezza, del direttorato dell’intelligence, delle forze speciali e dell’esercito. Ora tutte le operazioni saranno condotte sotto un’unica struttura di comando e le forniture saranno centralizzate. Un altro obiettivo annunciato è la creazione di una forza di risposta rapida con truppe d’assalto, droni, artiglieria e altro.
Il senatore repubblicano Lindsey Graham è deceduto. È stato uno dei falchi USA anti-Russia e l’Ucraina lo definisce “vero paladino della libertà”. Zelensky può ancora contare sulla parte neocon dell’amministrazione americana perché convinca Trump a premere sulla Russia?
Con l’improvvisa morte di Graham, appena tornato da Kiev, la lobby filo-ucraina nel Senato degli Stati Uniti perde il suo rappresentante più convinto e influente. Lo è stato fino all’ultimo: ventiquattr’ore prima di morire aveva annunciato, con i colleghi Roger Wicker (R-Mississippi), Richard Blumenthal (D-Connecticut) e Jeanne Shaheen (D-New Hampshire), “un accordo con l’amministrazione Trump per far avanzare la nostra legislazione aggiornata sulle sanzioni contro la Russia”. Dietro questo documento bipartisan, che ha buone possibilità di dare effettivamente impulso alla legge, ci sono gruppi di entrambi i partiti decisi a sostenere Zelensky.
Chi era Graham?
Destinatario addirittura di un mandato di cattura russo emesso nel 2023, aveva cominciato come “non conformista” alla McCain, per poi scontrarsi con Trump alle primarie del 2016 e infine diventarne leale sostenitore. La proposta di legge colpisce con forti sanzioni i Paesi terzi che continuano a comprare petrolio e gas dalla Russia. Ora la palla passa al presidente, che certamente non considera la guerra russo-ucraina la priorità delle priorità per gli Stati Uniti e può avere più di qualche dubbio sull’opportunità di ingaggiare una nuova guerra di tariffe con la Cina e altri Paesi disposti ad acquistare dal Cremlino.
Putin e Trump si telefonano ancora, ma qual è la posizione USA attuale sul conflitto?
Credo che la “narrativa” americana resti molto diversa da quella europea. Una parte consistente delle élites americane ragiona così: un Paese-impero che si estende su undici fusi orari, ricchissimo di risorse, popolato da appena 143 milioni di persone, in piena crisi demografica e impantanato da più di quattro anni in una guerra d’attrito che non riesce a vincere non può costituire una minaccia effettiva per l’Europa, se non come potenza nucleare. Ma allora sarebbe la fine del mondo.
L’Europa, invece, cosa pensa?
Una parte consistente delle élites europee è convinta di dover fronteggiare presto, forse già dal 2029-2030, un’invasione russa, e principalmente con questa minaccia giustifica il riarmo. Putin resta un interlocutore di Trump non tanto e non solo per i suoi missili nucleari intercontinentali, che sarebbero comunque un ottimo argomento, ma perché, in fondo, il tycoon vorrebbe sottrarlo all’abbraccio con la Cina e fare affari con lui. Dell’Europa gli importa poco, anche se i recenti successi ucraini hanno messo nelle mani di Zelensky qualche “carta” che prima non aveva.
Macron invita i sostenitori di Kiev a Parigi nella festa del 14 luglio. Ma la forza di interposizione che i volenterosi hanno preparato serve a qualcosa? L’Europa come può incidere sulla guerra?
La forza di interposizione potrebbe forse servire se ci fosse un effettivo cessate il fuoco e se le due parti l’accettassero. In ogni altra ipotesi sarebbe soltanto il pretesto per uno scontro totale. Quanto a “incidere sulla guerra”, l’Europa ha ormai sostituito completamente gli Stati Uniti nel sostegno finanziario e militare all’Ucraina, lasciando agli alleati d’oltreoceano il piacevole compito di vendere le armi destinate a Kiev attraverso il PURL (Prioritised Ukraine Requirements List). La scommessa è che, aumentando la pressione militare su Putin, lo zar sia indotto a più miti consigli e si sieda al tavolo delle trattative senza pregiudiziali massimaliste.
Possibile?
Com’è possibile anche che tutto ciò provochi un’ulteriore escalation. Certo, nella posizione di “retrovia” dello sforzo bellico ucraino è oggettivamente difficile, per l’UE, peraltro divisa al proprio interno sulla valutazione del “pericolo russo”, dialogare con il Cremlino. A meno che non vada a buon fine la scommessa di cui sopra.
L’Ucraina ha rivendicato attacchi a 21 navi della flotta ombra russa e a luglio, nel Mar d’Azov, sarebbero state colpite 76 navi russe. Gli obiettivi economici sono diventati i primi obiettivi militari?
L’abbiamo detto tante volte: la guerra è cambiata. È cambiata sul campo, dove la “killing zone” lungo i 1.300 chilometri di fronte, dominata dai droni e dagli apparati di difesa elettronica, rende difficili movimenti consistenti di truppe e quindi qualsiasi avanzamento significativo. Ed è cambiata perché ora ci si sfida a colpi di velivoli senza pilota, missili cruise e missili balistici, a distanza di centinaia e migliaia di chilometri dalla linea di contatto tra i due eserciti, con obiettivi non solo militari, ma anche di carattere economico o psicologico.
Continuano gli attacchi alle raffinerie russe, l’ultima presa di mira è quella di Samara. A lungo andare quanto questi attacchi possono mettere in difficoltà Putin?
Si stima che la capacità di raffinazione russa sia stata ridotta del 17%, il che spiega perché Mosca abbia vietato l’esportazione di benzina e diesel e stia riacquistando dall’India carburanti raffinati: un paradosso per un petro-Stato. Tuttavia il riaccendersi del conflitto tra USA e Iran per lo Stretto di Hormuz potrebbe alleviare la situazione economica della Russia, che ha tanto petrolio da vendere a chi voglia comprarlo, anche per vie traverse.
Bombe russe sono state lanciate su Sumy, Odessa e Kiev. Ed è stato colpito un importante deposito di munizioni. L’Ucraina fino a che punto può sostenere gli attacchi russi?
L’Ucraina, per poter esistere come Stato e continuare la guerra contro i russi, ha bisogno di almeno 140 miliardi l’anno, per la stragrande maggioranza provenienti dall’esterno, cioè dall’UE. Sta ottenendo successi con i droni di propria fabbricazione e altri spera di ottenerne con il nuovo missile balistico Flamingo. La popolazione è pressoché dimezzata rispetto al 1991 e la carenza di uomini resta un problema molto grave, appena temperato dall’evoluzione “tecnologica” del conflitto.
Soprattutto, Kiev non ha difese contro i missili balistici russi. I sistemi Patriot, ammesso che possano abbattere i modelli più avanzati come l’ipersonico Oreshnik, sarebbero necessari adesso. Anche se Zelensky ottenesse effettivamente la licenza per fabbricarli in patria, ci vorrebbero due o tre anni, come minimo, per poterli almeno collaudare.
Paolo Rossetti
Fonte: ilsussidiario.net

