AFGHANISTAN/ Così Cina e Russia smascherano la debolezza di Onu e Ue

Dopo la caduta di Kabul, la comunità internazionale si è divisa sulle condizioni per poter riconoscere il governo dei talebani in Afghanistan


La rapidissima conquista del potere in Afghanistan da parte dei talebani, che domenica 15 agosto 2021 hanno preso Kabul senza sparare un colpo ed attualmente esercitano un controllo de facto sull’intero Paese, non può non interessare chi si occupa di relazioni internazionali.

La situazione, va detto subito, è sensibilmente diversa da quella che si ebbe tra il 1996 ed il 2001. In quel frangente, infatti, la presa del potere fu violenta e ne seguirono eccidi di ogni genere. Questa volta, invece, l’esercito regolare afghano, appena cessata la deterrenza militare occidentale, con la decisione di Trump e Biden, in perfetta sintonia, di abbandonare il campo, si è praticamente dissolto come neve al sole, nonostante fosse stato equipaggiato di tutto punto dagli Stati Uniti e puntualmente addestrato dagli occidentali, italiani compresi.

Il presidente Ashraf Ghani Ahmadzai si è rifugiato, dapprima, nel vicino Tagikistan, precipitosamente abbandonato per l’Uzbekistan e gli Emirati, da cui probabilmente riparerà negli Stati Uniti, dopo che l’ambasciata afghana a Dušambe ha inoltrato richiesta all’Interpol di arrestarlo per sottrazione di fondi pubblici. Alla presidenza dell’Emirato islamico dell’Afghanistan ora siede il mullā Hibatullah Akhudzada.

Le ambasciate degli Stati occidentali hanno abbandonato Kabul in maniera sostanzialmente indisturbata (altra è la situazione, e il dramma, dei profughi). Per quanto riguarda il corpo diplomatico, il parallelo con la precipitosa partenza da Saigon nel 1975, immortalata dalla foto dell’elicottero che preleva il personale statunitense dal tetto dell’ambasciata, è del tutto erroneo. Zalmay Khalizad, l’inviato di Washington per la riconciliazione dell’Afghanistan, ha ripreso i colloqui con i talebani a Doha attraverso il loro ufficio politico in Qatar. L’ambasciata italiana, i cui addetti sono rientrati in Italia già il 16 agosto con un volo dell’Aeronautica militare, ha ripreso l’attività dalla Farnesina, avendo lasciato solo un funzionario a coordinare, insieme ai nostri militari, le partenze dall’aeroporto di Kabul, ancora sotto controllo statunitense. Nel 1996 non conobbe saccheggi, benché la nostra sede diplomatica ospiti l’unica cappella cattolica del paese, privilegio dovuto al fatto che cent’anni fa, nel 1921, l’Italia fu il primo paese occidentale a riconoscere l’indipendenza del Regno dell’Afghanistan.

Nel 1996 la riprovazione da parte della comunità internazionale fu praticamente completa, tant’è che lo Stato Islamico dell’Afghanistan fu riconosciuto soltanto da Pakistan, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti e, alle Nazioni Unite, tra il 1996 ed il 2001, continuò a sedere il rappresentante della Repubblica Islamica dell’Afghanistan.

Anche questa volta è difficile immaginare che il riconoscimento del nuovo governo afghano ed il conseguente stabilimento di relazioni diplomatiche possano essere unilaterali, anche se qualche spaccatura nella comunità internazionale già si registra. Anzitutto, la Russia e la Cina non hanno evacuato le loro sedi diplomatiche. L’ambasciatore russo Dmitri Jirnov ha dichiarato all’emittente televisiva statale Rossija 24 che i talebani hanno restaurato l’ordine pubblico, hanno assicurato protezione all’ambasciata e consentono alle giovani di proseguire le scuole. Il governo cinese, da parte sua, ha auspicato “relazioni amichevoli” con i talebani; come noto, l’unica preoccupazione di Pechino, non a caso evocata a luglio scorso, quando una delegazione talebana ha incontrato a Tianjin diplomatici cinesi, è che l’estremismo islamico non contagi lo Xinjiang, regione cinese occidentale popolata dalla minoranza musulmana e turcofona degli uiguri.

In questa situazione, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, riunito d’urgenza a New York il 16 agosto, si è limitato a chiedere il cessate il fuoco e si è preoccupato, sostanzialmente, che il nuovo corso a Kabul non offra sostegno ad organizzazioni terroristiche.

Sulla questione del riconoscimento, in modo più chiaro si è espresso, il giorno successivo, il premier britannico Boris Johnson in un colloquio con Imran Khan, capo del governo del Pakistan. Secondo quanto riferisce Downing Street, il riconoscimento della legittimità di un governo guidato dai talebani non è escluso a priori, ma sarà soggetto al rispetto da parte loro degli standard internazionalmente concordati sui diritti umani e sull’inclusione e sarà concesso in un quadro multilaterale e non unilaterale.

Lo stesso 17 agosto i ministri degli Affari esteri dell’Ue, nel corso di una riunione straordinaria e informale, convocata dall’Alto Rappresentante Joseph Borrell e tenuta in videoconferenza, hanno affermato, secondo la dichiarazione resa da Borrell a nome dell’Unione, che la cooperazione con qualsiasi futuro governo afghano sarà condizionata da una transizione dei poteri  pacifica e inclusiva, dal rispetto dei diritti fondamentali di tutti gli afghani, incluse le donne, i giovani e le minoranze, come pure dal rispetto degli impegni internazionali dell’Afghanistan, di quello di lottare contro la corruzione e sempreché il territorio afgano non ospiti organizzazioni terroristiche. Borrell ha aggiunto che la soluzione del conflitto in atto non deve risultare dall’uso della forza, ma da un negoziato basato sulla democrazia, la rule of law e il rispetto della costituzione e dell’appartenenza alle Nazioni Unite e non si è detto contrario a entrare in contatto con le nuove autorità di Kabul, che hanno vinto la guerra senza combattere, per evitare un potenziale disastro migratorio e una crisi umanitaria.

La flebile reazione del Consiglio di sicurezza ben si spiega alla luce delle segnalate posizioni cinesi e russe. La posizione degli Stati Uniti, del Regno Unito e dell’Ue può essere frutto della prudenza, necessaria in una situazione precipitata nello spazio di un paio di settimane, a dispetto delle analisi rassicuranti delle cancellerie. Ora è indispensabile garantire l’evacuazione in sicurezza dei diplomatici, dei cittadini occidentali e delle migliaia di collaboratori afghani, che hanno consentito venti anni di sostanziale pacificazione del Paese.

Ciò detto, terminato il ponte aereo di rimpatri, ci si dovrà per forza di cose preoccupare delle conseguenze geopolitiche del nuovo regime a Kabul.

Agli storici, invece, il compito di analizzare quanto accaduto dopo la decisione di Biden di non lasciare un solo soldato in Afghanistan, preconizzata, tuttavia, dall’accordo del 29 febbraio 2020 a Doha, in Qatar, tra l’amministrazione Trump e i talebani, dal curioso titolo “Accordo per portare la pace in Afghanistan tra l’Emirato islamico afghano, che non è riconosciuto dagli Stati Uniti come stato ed è noto come i Talebani, e gli Stati Uniti d’America”. Anche l’impegno ventennale dell’Alleanza atlantica ed il “suo più grande fallimento”, per usare le parole di Armin Laschet, presidente della Cdu e candidato alla cancelleria tedesca, dovranno essere oggetto di una disincantata valutazione.

Non pervenuta, purtroppo, l’Unione Europea, sempre debolissima quando le decisioni di politica estera toccano interessi nazionali divergenti.

Professor Carlo Curti Gialdino

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