Int. Paolo Giordani
I colloqui USA-Russia-Ucraina non sbloccano la pace. Putin non cambia idea, Zelensky è sotto pressione. L’Europa, coinvolta nel conflitto, resta ai margini.
Tanto rumore per nulla. Una tregua di 72 ore su Kiev e Mosca, gli inviati di Trump Steve Witkoff e Jared Kushner a colloquio con Putin e con Zelensky nel giro di poche ore. Eppure il risultato sono i soliti salamelecchi, quelli che si sono sentiti finora negli incontri precedenti: clima costruttivo, confronto franco. La realtà è che neanche questa, spiega Paolo Giordani, presidente dell’Istituto diplomatico internazionale, sembra essere la volta buona per arrivare alla pace.
Putin spera che gli americani convincano Zelensky a cedere, anche perché la situazione dell’Ucraina è disastrosa, ma non è detto che sia così facile riuscire a farlo. Intanto l’Europa, come al solito, rimane ai margini di una guerra che si combatte sul suo territorio.
Witkoff e Kushner hanno parlato per tre ore con Putin: colloqui giudicati “molto franchi”, ma dei quali finora non si sa molto. Perché dovremmo credere che questa è la volta buona di avviare negoziati proficui? I termini concilianti usati dai russi per descrivere i colloqui devono farci pensare che gli USA sono ancora sulla stessa linea di Putin? Chi deve cedere è Zelensky?
Spero di sbagliarmi, ma non vedo particolari indizi che questa sia la volta buona. Si parla di colloqui “costruttivi” e piani “concreti”. Ma non sappiamo come vengono affrontati nodi decisivi quali il controllo del Donbass, che Putin esige pieno (è il minimo sindacale per cantar vittoria), e della centrale nucleare di Zaporizhzhia, la più grande d’Europa, di cui i russi vogliono conservare il controllo.
Inoltre, non va dimenticato il contesto: non solo Trump e Putin si sono intesi bene ad Anchorage (sia pure senza effetti concreti sul conflitto in Ucraina), ma al presidente americano, impantanato nella guerra contro l’Iran, farebbe comodo una “mano” da Mosca, che rifornisce gli alleati iraniani tramite il Mar Caspio e passa loro “soffiate” di intelligence. Putin ha molte più carte da giocare, più risorse da mettere sul campo di battaglia. Tutto sommato, nonostante l’indubbio successo degli attacchi ucraini in profondità, il tempo è ancora dalla sua parte.
Gene Lange, responsabile ad interim delle sanzioni presso il Dipartimento del Tesoro, avrebbe accompagnato Witkoff e Kushner nel viaggio: nell’eventuale accordo rientrano le sanzioni contro Mosca?
È evidente che sul piatto ci sono anche le sanzioni, la possibilità di toglierle almeno gradualmente. Altrimenti che accordo sarebbe?
Si possono intuire quali potrebbero essere le novità capaci di sbloccare la trattativa o almeno di farla ripartire?
Le proposte di zone franche e zone cuscinetto sono sgradite a Mosca, a maggior ragione se fossero coinvolti l’UE o Paesi europei ritenuti “ostili” che Putin, probabilmente come lo stesso Trump, vuole tener fuori dai negoziati. Il presidente russo ha espresso “fiducia” nella mediazione americana.
Dopo Putin è toccato a Zelensky: Witkoff e Kushner sono stati per la prima volta a Kiev. Dopo l’incontro, anche in questo caso, da parte americana si parla di colloqui proficui e si spera in novità sostanziali: il presidente ucraino si trova di fronte a un aut aut, magari ancora sulla falsariga dell’accordo Putin-Trump di Anchorage, o potrà avanzare delle rivendicazioni?
La “fiducia” di Putin ha un preciso significato: convincete voi Zelensky, se ci riuscite. Secondo me, la situazione dell’Ucraina è dipinta in toni troppo favorevoli e ottimistici dalla stampa italiana ed europea. Mi persuade di più il quadro disegnato nei giorni scorsi dal politologo americano John Mearsheimer, professore all’Università di Chicago, caposcuola del cosiddetto “offensive realism”, che ha escluso qualsiasi possibilità che l’Ucraina possa capovolgere la situazione: è uno Stato che si regge solo sull’aiuto esterno, che ha il 20 per cento del territorio occupato dal nemico, ha subito enormi distruzioni e ha perduto buona parte della popolazione (per emigrazione all’estero).
Non può farcela?
Per capirci: il generale Budanov, capo dell’ufficio del presidente Zelensky, stima che l’Ucraina abbia bisogno di mobilitare circa 30 mila uomini al mese per mantenere l’attuale livello delle Forze armate. Per ammissione dello stesso Budanov, “un numero enorme”. Insomma, a meno di sorprese, i margini di manovra per Zelensky sono ristretti.
Mentre ci sono 72 ore di tregua per i raid aerei su Mosca e Kiev, la guerra continua con pesanti attacchi in diverse zone dell’Ucraina: Zelensky si deve rassegnare a non riuscire a difendersi in modo adeguato? O sono i suoi attacchi in territorio russo uno dei motivi che stanno facendo ripartire la diplomazia?
Il fabbisogno ucraino di missili antimissili, per ammissione degli stessi interessati, corrisponde circa alla metà della produzione annuale di Patriot: farseli consegnare è un obiettivo irrealistico, anche a medio termine, per ragioni politiche e industriali. A Trump servono nel Golfo. E gli europei non possono risolvere il problema in tempi prevedibili. Gli attacchi ucraini in profondità hanno obiettivamente cambiato il volto di questa guerra, ma dubito che possano portare alla vittoria. Certo, hanno incrinato l’immagine di Putin presso i russi, anche i “privilegiati” di Mosca e di San Pietroburgo, ma la risposta russa con i missili balistici è stata pesantissima ed efficace.
Come in precedenza, anche in questo caso l’Europa sembra tagliata fuori, anche se gli inviati di Trump hanno incontrato i consiglieri della sicurezza di Francia, Germania e Gran Bretagna. Ha la possibilità di essere coinvolta nel processo per individuare una soluzione alla guerra?
In teoria la possibilità c’è, in pratica no. L’Europa, per ragioni comprensibili, si è identificata con la causa ucraina, è divenuta il principale sostenitore dello sforzo bellico, con il formato dei Volenterosi come punta di lancia. La Federazione russa vede il blocco Ue-Gran Bretagna come le “retrovie” del nemico, il che è sostanzialmente vero, e quindi colpisce con la cosiddetta “guerra ibrida” di cui la Germania ha nei giorni scorsi, per la prima volta, denunciato un episodio particolarmente grave: il ritrovamento di tre droni carichi di esplosivi, tra il 4 e il 14 agosto, all’aeroporto di Lipsia, vicino ad aerei cargo Antonov diretti in Ucraina.
Proprio questo può diventare un episodio pericoloso?
Il ministro degli Esteri russo Lavrov ha definito queste accuse “l’inizio di una vera guerra”. Difficilmente gli europei potranno proporsi come mediatori o come forze di interposizione. Per ricoprire queste funzioni occorre la fiducia di entrambi i contendenti. Siamo quindi al paradosso: nonostante il pieno coinvolgimento nel conflitto, l’Europa appare, se non esclusa dal negoziato, quantomeno relegata in un ruolo secondario.
di Paolo Rossetti

