VATICANO, MOSCA & KIEV | La guerra logora l’Ucraina e riapre uno spazio politico per la diplomazia del Papa

Int. Paolo Giordani, Presidente Istituto Diplomatico Internazionale

Ucraina sempre più in difficoltà: infrastrutture energetiche colpite e pressione russa che cresce. Solo il Papa chiede di tornare al dialogo

I Patriot non arrivano perché gli USA non ne hanno più, le centrali elettriche sono tutte danneggiate, la popolazione è dimezzata. E i russi continuano a esercitare la loro pressione sul campo di battaglia.

Una situazione difficile per l’Ucraina di Zelensky, di cui si sottovalutano le carenze energetiche e le difficoltà della gente nella vita quotidiana. In uno scenario del genere, dice Paolo Giordani, presidente dell’Istituto Diplomatico Internazionale, gli spiragli per una soluzione diplomatica vengono dal Vaticano, che sta tenendo i rapporti con Mosca, magari per rilanciare possibili colloqui diretti a Roma tra le parti, e da Vucic, il presidente serbo al quale Zelensky ha reso visita e che, almeno in linea ipotetica, potrebbe servire, visti i suoi rapporti stretti con Putin. I fatti, però, per il momento, parlano solo di una guerra sempre più pesante che procede.

Papa Leone ha chiesto che finiscano le violenze in Ucraina e che si torni alla diplomazia: una voce nel deserto? C’è qualcuno disposto ad ascoltarlo?

I contendenti hanno entrambi la massima considerazione per la Santa Sede, la sua autorità morale e le risorse della sua antichissima diplomazia e proprio per questo è stato possibile mediare scambi di prigionieri e il rimpatrio di minorenni sfollati: significativi successi sul piano umanitario. Venerdì l’ambasciatore russo presso il Vaticano ha rivelato che si sta preparando la visita a Mosca di mons. Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati, e del cardinale Zuppi. Si parla, rispettivamente, del 25 agosto e di settembre. È evidente l’intenzione di verificare la fattibilità di passi politici e magari di rilanciare l’ipotesi di colloqui diretti in Vaticano avanzata l’anno scorso da Papa Leone.

I russi colpiscono ancora Kharkiv e Odessa e sembrano aumentare la loro potenza di fuoco. E Zelensky ammette che ormai non c’è centrale elettrica in Ucraina che non sia stata colpita dai russi. Quanto può pesare questo aspetto sia dal punto di vista civile che militare? Si sottovaluta l’impatto della guerra sul Paese?

A mio avviso – parlo in generale – la stampa italiana e occidentale racconta nel dettaglio, e fa benissimo, le perdite umane provocate dagli attacchi russi, sottolinea, e fa benissimo, l’eroismo dei civili e dei soldati ucraini, evidenzia – e fa benissimo – i risultati ottenuti con la “guerra dei droni” contro Mosca, ma non punta abbastanza i riflettori sulle condizioni in cui versa l’Ucraina dopo oltre quattro anni di guerra.

Come è messa davvero?

Dall’inizio del conflitto il Paese ha perso almeno il 15% della popolazione, per le vittime e per gli effetti dell’emigrazione; dall’anno dell’indipendenza (1991), la popolazione è quasi dimezzata (-46 per cento) nei territori non occupati. I reclutamenti forzati sono all’ordine del giorno, ma non bastano più; si è anche discusso (tra le proteste) di abbassare l’età minima per la leva da 25 a 18 anni. Alle spese militari e di difesa in senso stretto, dopo l’arrivo dei primi fondi del prestito europeo, è devoluto circa il 68% del budget statale.

La rete elettrica opera in condizioni di costante stress, con un deficit strutturale di capacità (circa il 30% in alcune fasi) e frequenti interruzioni regionali, sia programmate sia di emergenza. È uno dei bersagli preferiti dei russi, insieme con il porto di Odessa e la cosiddetta “via del grano”. Mi sembrano dati eloquenti.

Da una parte Trump nega i Patriot all’Ucraina perché ne ha bisogno, dall’altra Zelensky, secondo il quale Putin non vincerà, pensa di resistere grazie alle solide garanzie degli USA nei confronti di Kiev: come sono davvero i rapporti fra Stati Uniti e Ucraina in questo momento?

La cruda realtà è che per l’amministrazione Trump il conflitto in Ucraina viene dopo le esigenze americane in Medio Oriente e nell’Indo-Pacifico. La vicenda dei Patriot è esemplare: gli Stati Uniti ne hanno consumati 1.400 per proteggere i propri uomini e gli alleati nel Golfo, ora ne hanno meno di mille e non possono cederne quanti ne vorrebbe Zelensky finché resta “caldo” il confronto con l’Iran. La “licenza”, che ora il presidente ucraino sostiene di aver ottenuto, non è una soluzione nell’immediato, perché la produzione dei Patriot è particolarmente complessa.

Quanto ci vuole?

Il Giappone ha avuto la licenza nel 2005 e oggi produce alcune decine di Patriot all’anno, la Germania l’ha avuta nel 2022 e finora non ne ha prodotto neanche uno. Probabilmente la situazione si sbloccherà nel 2030, quando la Lockheed Martin, in virtù di un recente contratto, prevede di arrivare a 2.000 missili l’anno. Ma fino ad allora può accadere di tutto.

L’Ucraina avrebbe acquistato 70 missili ATACMS dalla Turchia, ha trovato un altro fornitore? Come sostiene adesso lo sforzo bellico?

Ovviamente Zelensky cerca dovunque e un documento del Congresso americano, datato 6 agosto, mostra che ha trovato ascolto in Turchia, Paese membro della NATO. Il pacchetto comprende 70 missili balistici del sistema ATACMS con un raggio di 165 chilometri, 12 lanciatori MLRS, 2.500 razzi M26 e 47.000 proiettili d’artiglieria M509A1 da 203 mm: armi di cui la Turchia si è disfatta per poterne comprare di più moderne. La consegna dovrebbe cominciare quest’anno attraverso società turche, bulgare e americane. Lo sforzo bellico ucraino è ormai sostenuto quasi per intero dall’Unione europea, il contributo diretto americano è stato azzerato già nel 2025.

Zelensky è stato ospite a Belgrado del presidente serbo Vucic, nonostante gli strettissimi rapporti della Serbia con la Russia e i contatti personali del leader serbo con Putin. Il presidente sta cercando di arrivare al Cremlino attraverso un’altra strada? Come si spiega questo viaggio e quali prospettive può aprire?

La Serbia ha radicati legami storici con la Russia, è candidata all’ingresso nell’Unione europea, ma non aderisce alle sanzioni occidentali contro Putin e mantiene una significativa dipendenza dalle forniture energetiche russe. Dal presidente serbo Aleksandar Vucic Zelensky ottiene appoggio per l’ammissione all’Ue e sostegno di principio all’integrità territoriale, ma non cooperazione militare. Il rapporto con Vucic potrà risultare prezioso in seguito, perché il leader serbo può parlare con Mosca.

Secondo la TASS, l’Ucraina è sempre più preoccupata per il peggioramento della situazione nell’area di Kramatorsk e Slavyansk. La verità è che i russi avanzano ancora sul terreno?

Il quadro è quello di una pressione russa persistente e lenta, non di uno sfondamento. I russi tentano di avvicinarsi alla cintura fortificata Sloviansk–Kramatorsk, ultimi centri del Donetsk ancora in mano a Kiev, attraverso Lyman, Mykolaivka, Kostiantynivka e Druzhkivka e hanno ottenuto qualche limitato guadagno. Ma il recente ordine di evacuazione dei bambini da Kramatorsk la dice lunga sulla preoccupazione degli ucraini.

di Paolo Rossetti

Fonte: ilsussidiario.net

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