Int. Paolo Giordani, Presidente Istituto Diplomatico Internazionale
Dal G7 messaggio a favore dell’Ucraina, ma gli Stati Uniti si defilano. L’Europa (e l’Occidente) promette armi. Ma la Russia aumenta la spesa militare
Il G7 sembra unito nel sostegno all’Ucraina, ma il summit di Evian non ha cambiato le posizioni di europei e americani. Trump, da febbraio dell’anno scorso, non sta mettendo un dollaro per aiutare Kiev, mentre il sostegno resta sulle spalle dell’Europa, che promette uno sforzo per fornire armi di difesa.
Le nuove armi, però, spiega Paolo Giordani, presidente dell’Istituto Diplomatico Internazionale (IDI), in realtà favoriscono lo stallo, anche perché la spesa militare da parte dei russi, ancora in crescita, fa presagire l’intenzione di Putin di proseguire il conflitto. Intanto il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, sta cercando di riallacciare i rapporti con Putin, anche se probabilmentezele al capo del Cremlino non conviene dialogare con un’Europa divisa. Le cose potrebbero cambiare, invece, se gli Stati Uniti tornassero protagonisti della scena o se nella vicenda iniziasse a giocare un ruolo più importante la Cina.
I leader del G7 hanno concordato di sostenere l’Ucraina, di aumentare le forniture per la difesa aerea e la pressione sull’economia russa, su petrolio e gas: dove porta questa strada, a una nuova trattativa con Mosca indebolita o a una guerra ancora più feroce?
L’andamento delle spese belliche non mi sembra segnali volontà di negoziare. Secondo Janis Kluge della Fondazione Scienza e Politica di Berlino, la spesa militare russa sale a un ritmo senza precedenti, raggiungendo i 5.900 miliardi di rubli nel primo trimestre del 2026. Si tratta del 30 per cento in più rispetto al primo trimestre del 2025, quando la spesa militare si attestava a 4.500 miliardi di rubli.
Vuol dire il 30 per cento in più e circa il 12 per cento del Pil stimato del primo trimestre 2026, mentre il bilancio previsionale ipotizzava per quest’anno una discesa dal 7,8 al 6,2 per cento del Pil. Lo stesso autore, tuttavia, ritiene probabile che il ministero delle Finanze abbia spostato a quest’anno parte delle spese militari del 2025 per non sforare il deficit previsto. In tal caso il volume della spesa sarebbe significativamente minore.
Come si collocano questi dati rispetto all’andamento dell’economia del Paese?
Impressiona che il notevole sforzo del Cremlino coincida con il manifestarsi di segni sempre più evidenti di stress strutturale dell’economia. Fare la guerra costa e la “operazione militare speciale” in Ucraina ha già superato in durata la Prima guerra mondiale. Anche nella popolazione delle grandi città, Mosca e San Pietroburgo, cresce il malcontento per il rischio di attacchi ucraini con droni e per situazioni di razionamento della benzina. Ma il collasso di cui parlano certe fonti è ben lontano. La Russia è un Paese immenso, con immense risorse. Il problema, a mio avviso, è più la tenuta del consenso interno che quella dei conti.
Trump ha dichiarato che, dopo l’accordo con l’Iran, reintrodurrà le sanzioni contro il petrolio russo, perché, una volta liberato lo Stretto di Hormuz, non ci sarà più bisogno di far circolare più greggio. Quanto può influire sull’economia della Russia e quanto ridurre le possibilità di sostenere la guerra da parte di Putin?
La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran e la chiusura dello Stretto di Hormuz, che ora dovrebbe riaprire, avranno aumentato le entrate del secondo trimestre, ma l’effetto sarà limitato e temporaneo. Per finanziare la spesa militare fino al 9 per cento del Pil, per esempio, occorrerebbero entrate aggiuntive ben maggiori. A causa delle sanzioni, la Russia vende il suo greggio sotto la quotazione del Brent e, per una serie di ragioni, prima tra tutte l’allungamento della filiera e gli incentivi ai raffinatori, gli incassi del Cremlino si riducono. Difficile dire se questo basti a indurre Putin a più miti consigli.
La presa di posizione del G7 significa che, per quanto riguarda la gestione della guerra in Ucraina, si sono ridotte le distanze tra USA ed Europa? Oppure la dichiarazione finale è di facciata e gli Stati Uniti continueranno a defilarsi come hanno fatto negli ultimi mesi?
Dal febbraio 2025 i contributi americani all’Ucraina sono pari a zero. Non credo che questa realtà sia destinata a cambiare. Non so neanche se avrà seguito la richiesta ucraina di produrre i Patriot in casa, su licenza della Lockheed Martin, subissata dagli ordini. Credo che Trump non andrà oltre una stretta sulle sanzioni alla Russia. Considera l’Ucraina un affare europeo di cui devono occuparsi gli europei, meglio ancora se comprano armi americane. Intanto taglia la presenza militare USA nel nostro continente.
L’Ufficio del presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, secondo alcune fonti avrebbe aperto un canale di comunicazione nel tentativo di convincere Putin a prendere in considerazione una soluzione pacifica della crisi ucraina: che significato ha questa iniziativa e dove può arrivare? Chi la sostiene e chi la rifiuta in Europa?
Fin dall’inizio, e comprensibilmente, l’UE ha scelto di sostenere l’Ucraina senza se e senza ma. E oggi gli europei portano tutto il peso degli aiuti a Zelensky. Il dilemma è se aumentare ancora la pressione o tentare di aprire un dialogo con Putin. I Paesi del blocco ex sovietico e quelli nordici preferirebbero la prima soluzione; Italia e Francia, credo, la seconda; la Germania è un po’ di qua e un po’ di là.
Putin forse non ha interesse a dialogare con un’Europa divisa e che, molto probabilmente, a causa della crisi energetica che si protrarrà e del ciclo elettorale imminente in Italia, Francia e Polonia, potrebbe avere difficoltà a mantenere i propri impegni con Kiev. Diverso sarebbe se rientrassero in gioco gli USA o se vi entrasse con forza la Cina.
L’Ucraina ha colpito una petroliera della flotta ombra russa nel Mar Nero e vanta incursioni con i droni sempre più frequenti: si è convinta di poter sostenere gli attacchi russi? Come stanno veramente le cose sul campo di battaglia attualmente e con quali prospettive? Che possibilità ci sono realmente di una riapertura delle trattative?
In Ucraina e in Medio Oriente le grandi potenze hanno appreso sul campo che, grazie allo sviluppo tecnologico, il più debole può mettere in difficoltà i più forti, a maggior ragione se, come hanno saputo fare gli ucraini, si raggiunge rapidamente l’eccellenza nella produzione di droni, droni kamikaze e missili low cost con un raggio d’azione di 3 mila chilometri. Ma un conto è mettere in difficoltà, un altro è vincere. Le nuove armi favoriscono lo stallo, non la decisione.
(Paolo Rossetti)
fonte: ilsussidiario.net

