UCRAINA, ACCELERAZIONE SUL FRONTE DONBASS | “I russi puntano a Sloviansk, Zelensky teme la spallata finale”

Int. Paolo Giordani, Presidente Istituto Diplomatico Internazionale

Il cosiddetto piano di pace di Zelensky, concordato con UE e USA, è troppo povero per essere accettato dai russi. E nasconde, osserva Paolo Giordanipresidente dell’Istituto Diplomatico Internazionale, quella che è la vera preoccupazione del presidente ucraino: i russi si stanno avvicinando all’area fortificata del Donbass che ancora non hanno e potrebbero arruolare nuovi soldati dopo le elezioni di settembre per sferrare l’attacco decisivo.

Non solo l’Ucraina è sguarnita di difese aeree e Putin vuole farle pagare con i suoi missili le incursioni con i droni in territorio russo. E mentre l’Europa concede altri soldi a Kiev, e i Volenterosi non sono in grado di garantirle l’aiuto necessario per fermare i russi, si sta muovendo la diplomazia vaticana: sullo sfondo c’è l’idea di un confronto diretto Russia-Ucraina in Vaticano, magari coinvolgendo anche la Chiesa ortodossa.

Nuove inchieste anticorruzione in Ucraina, Putin che minaccia vendetta per le incursioni in territorio russo, Zelensky che fa balenare un piano di pace concordato con UE e USA: da cosa nasce questa accelerazione della crisi ucraina? E soprattutto, dove potrebbe portare?

L’accelerazione, almeno apparente, è dettata dalla situazione politico-militare. Sullo sfondo di una guerra d’attrito con le caratteristiche ben note, l’evoluzione più significativa al fronte è il tentativo russo di avvicinarsi a Sloviansk e alla “cintura di fortificazioni” ucraina, provenendo da est e sud-est.

Di recente, le forze russe si sono infiltrate o sono avanzate in aree a est di Sloviansk, tra cui le zone di Pyskunivka, Mykolaivka e Oleksandrivka. Tutto ciò non implica l’imminente cedimento della cintura fortificata, ma Zelensky teme – con ragione – che, dopo le elezioni russe di settembre, Putin avvii una mobilitazione, anche parziale, per l’assalto definitivo alla parte del Donbass ancora ucraina: conquistarla, tra la fine dell’anno e l’inizio del 2027, è l’obiettivo minimo per poter dichiarare la vittoria.

C’è anche altro?

L’altro elemento di preoccupazione è la “scopertura” dei cieli ucraini, che espone civili e infrastrutture militari, industriali e portuali all’attacco dei missili russi: la vera “vendetta” di Putin per le incursioni nel territorio della Federazione. Quanto al cosiddetto “piano di pace”, direi che è una parola grossa. Quella evocata da Zelensky è tutt’al più una cornice negoziale, che, in questi termini, la controparte non prenderà in considerazione.

Cosa ci dice davvero il piano di pace presentato dal presidente ucraino in queste ore: è un tentativo velleitario? Rimangono in sospeso ancora troppe questioni per pensare che i russi, su queste basi, riallaccino il negoziato?

In realtà non ne sappiamo molto: cessate il fuoco, arretramento delle truppe da entrambe le parti, creazione di una specie di zona cuscinetto sottoposta a una forma di amministrazione o supervisione terza. Non credo che Putin sia interessato. Probabilmente una finestra per la pace si aprirà quando si capirà se i russi riusciranno o meno a conquistare la parte del Donbass non ancora annessa. L’altra occasione da considerare è il probabile incontro Putin-Trump al vertice APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation) di Shenzen, in novembre.

Monsignor Gallagher, l’inviato di Leone XIV, va a Mosca: la diplomazia vaticana torna a muoversi anche su questo fronte? Con quali prospettive?

La Santa Sede ha l’autorità morale e le risorse della sua antichissima diplomazia, che hanno già consentito alcuni successi sul piano umanitario e proprio per questo è stato possibile mediare scambi di prigionieri e il rimpatrio di minorenni sfollati. La visita a Mosca di mons. Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati, che si protrarrà fino al 28, e del cardinale Zuppi, forse a settembre, può aprire nuove prospettive. È evidente l’intenzione di verificare la fattibilità di passi politici (Gallagher incontrerà il ministro degli Esteri Lavrov) e magari di rilanciare l’ipotesi ambiziosa di colloqui diretti in Vaticano avanzata l’anno scorso da Papa Leone. A tale scopo, però, sarebbe auspicabile una forma di coinvolgimento della Chiesa ortodossa.

In occasione della Giornata dell’indipendenza ucraina i leader europei sono a Kiev. E hanno tenuto una riunione dei Volenterosi. Inoltre la UE ha stanziato altri 6,1 miliardi per sostenere l’Ucraina: perché l’Europa non sembra veramente impegnata in iniziative di pace e chi è il vero regista di questa linea? È amica dell’Ucraina o, nonostante il sostegno, di fatto sta contribuendo a distruggerla ancora di più?

Al netto delle profferte di sostegno all’Ucraina, che non mancano mai e sono certamente sincere, e del flusso di aiuti europei, che ha cominciato a fluire regolarmente al ritmo medio di circa 2 miliardi di euro al mese, i Volenterosi che festeggiano il 35° dell’indipendenza ucraina non sono in grado, al momento né nell’immediato futuro, di cancellare le preoccupazioni di Zelensky per il rischio di una “spallata” definitiva al Donbass e per gli effetti della superiorità missilistica di Mosca.

Francia e Italia, per esempio, possono contribuire con dei sistemi antimissile SAMP/T, ma il fabbisogno ucraino, per ammissione degli stessi interessati, corrisponde circa alla metà della produzione annuale di Patriot: obiettivo irrealistico, anche a medio termine, per ragioni politiche e industriali.

Come la pensano davvero gli europei?

Tra gli europei prevale la convinzione, saldissima nei Paesi nordici e dell’ex Patto di Varsavia, ma anche in Germania, che i russi rappresentino una minaccia vitale; quindi, scommettono con ogni mezzo sul loro indebolimento. La posizione assunta dall’UE e dai Volenterosi, dai quali dipendono la sopravvivenza stessa dello Stato ucraino e la sua capacità di difesa, ovviamente non consente di proporsi come mediatori credibili nel conflitto

Trump ha negato i Patriot all’Ucraina e poi avrebbe avallato questa sorta di piano di pace presentato da Zelensky come condiviso dagli americani. Cosa sta facendo davvero Washington e come sono i suoi rapporti con Mosca ora?

A costo di ripetermi: per l’amministrazione Trump l’Ucraina è tutt’al più un affare europeo, che viene dopo, molto dopo, il Medio Oriente e il confronto con la Cina, globale e nell’Indo-Pacifico. Il tycoon ha abbastanza guai (autoinflitti) con l’Iran e, in vista delle elezioni di midterm, a novembre, si guarderà, secondo me, dal prendere, soprattutto in Europa, ulteriori iniziative sgradite alla base MAGA. Ma si considera, non a torto, l’unico interlocutore che Putin accetterebbe, oltre ai cinesi. In ogni caso, il rinvio della visita a Kiev e a Mosca dei negoziatori americani Witkoff e Kushner è un chiaro segnale. Come le limitazioni all’accesso a Starlink, in funzione offensiva.

I russi hanno colpito una petroliera e porti che, secondo Mosca, riforniscono gli ucraini: dopo gli attacchi ai porti, le navi della flotta ombra russa bloccate stanno diventando sempre più una guerra navale? Con quali conseguenze economiche e geopolitiche?

I successi ucraini negli attacchi con i droni e i missili alle raffinerie e ai centri logistici russi hanno avuto un notevole impatto psicologico sulla popolazione della Federazione, comprese le due capitali, Mosca e San Pietroburgo, ma hanno anche innescato una risposta missilistica russa che ha come obiettivo l’industria ucraina, i porti come snodo degli aiuti militari a Kiev e la cosiddetta “via del grano”. Al terrore sui civili, alla distruzione della rete energetica che dovrebbe riscaldare gli ucraini nel lungo e rigido inverno, si è aggiunta una replica simmetrica dei russi su obiettivi economici.

di Paolo Rossetti

Fonte: ilsussidiario.net

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