TRUMP-XI, IL VERO TAVOLO È A PECHINO | “Su Hormuz serve un ‘accordino’, non la resa dell’Iran”

Int. Paolo Giordani

Venti di guerra in Iran, ma la diplomazia è all’opera, anche quella della Cina, il cui intervento per liberare Hormuz è invocato dagli stessi americani Trump fa la voce grossa e minaccia nuove devastazioni in Iran. Ha lanciato un piano per far passare le navi da Hormuz, ma sa che ormai il conflitto in Medio Oriente non è più regionale, ma globale. Non per niente il suo segretario del Tesoro Scott Bessent chiede alla Cina una mano a risolvere la questione dello stretto e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi è appena andato in visita a Pechino.

Se si vuole capire come potrebbe risolversi diplomaticamente la crisi iraniana, spiega Paolo Giordani, presidente dell’Istituto diplomatico internazionale (IDI), probabilmente bisogna guardare a est. Anche se intanto da fonti americane e israeliano arriva la notizia che le forze armate di entrambi i Paesi sono in stato di massima allerta, come se la guerra potesse ripartire da un momento all’altro. 

Trump lancia Project Freedom per scortare le navi nello stretto di Hormuz, la mattina dopo Bessent dice che la Cina dovrebbe dare una mano per aprire lo stretto. Infine Araghchi si reca in visita a Pechino. Per capire cosa succede in Medio Oriente dobbiamo guardare alla capitale cinese?

L’operazione Project Freedom è il tentativo dell’amministrazione Trump di rompere lo stallo che si è creato nello Stretto di Hormuz, per testare fino a che punto l’Iran possa reggere la pressione, soprattutto sul piano economico. Colpire i flussi petroliferi significa incidere direttamente sulla capacità di Teheran di sostenere il confronto. Subito dopo arriva, però, la dichiarazione del segretario al Tesoro americano che auspica il coinvolgimento della Cina. Un passaggio interessante perché ci dice che Trump è consapevole che questa crisi non può essere gestita solo in termini bilaterali. Pechino è uno dei principali attori coinvolti, è tra i maggiori importatori di energia iraniana e può esercitare una forma di influenza su Teheran.

L’America agisce su doppio binario?

Da un lato la pressione militare ed economica, dall’altro la necessità di allargare il tavolo. Il punto vero è che questa crisi non è più regionale, è già diventata globale, richiede strumenti che vadano oltre il confronto Stati Uniti-Israele-Iran. Altrimenti il rischio è di restare intrappolati in uno stallo da cui nessuno riesce a uscire: trovare un vincitore oggi fra USA e Iran credo sia difficile. Se gli Stati Uniti non impiegheranno le truppe di terra il conflitto rimarrà bloccato. Se succederà, comunque, c’è il pericolo che la guerra duri all’infinito. C’è anche un problema di costi della guerra.

Quale?

Ci sono droni iraniani da 30-50mila euro che possono abbattere aerei che costano centinaia di milioni. Lo abbiamo visto anche con le difese aeree degli israeliani in occasione dell’attacco in massa dei droni iraniani: hanno dovuto impiegare armi da 7-8 milioni magari per abbattere un solo drone dal costo molto inferiore. L’Iran, inoltre, probabilmente prima di questa guerra non si era neanche accorto di avere il potere di bloccare il mondo, grazie a Trump invece ha capito che può alzare il tiro. Non so, infatti, quanto sia stato intelligente attaccare il Paese in questo modo.

L’Iran attraversa una pesante crisi economica, seguirà le indicazioni dei cinesi per risolvere la situazione a Hormuz?

La Cina è uno dei principali destinatari del petrolio iraniano e allo stesso tempo ha tutto l’interesse a mantenere stabili le rotte energetiche. D’altra parte adesso non siamo davanti a un blocco militare serrato, gli Stati Uniti non hanno ancora fatto ricorso a tutto l’arsenale di cui dispongono. Se lo facessero per l’economia cinese l’impatto sarebbe devastante. Per questo Pechino, pur non esponendosi, lavora per mantenere aperti i canali diplomatici e per evitare che la situazione degeneri.

A quale accordo si potrebbe arrivare?

Un accordo parziale, qualche impegno scritto ma non definitivo. I nodi di fondo, cioè il nucleare, il controllo dello stretto, il ruolo regionale dell’Iran sono troppo complessi per essere risolti rapidamente anche con l’intervento della Cina.

Sostanzialmente possiamo sperare in un “accordino” per far passare le navi a Hormuz?

Sì. Altrimenti la situazione metterebbe in difficoltà gli europei e Trump dovrebbe spiegare  ai suoi elettori perché un gallone di benzina, da quando ha attaccato l’Iran, costa 4 dollari nello stato di New York e 6 in California.

Gli iraniani parlano di pedaggi a Hormuz e gli USA li accusano di voler mantenere il controllo in un’area in cui la circolazione delle navi dovrebbe essere libera. Ma non è che sono proprio gli americani a voler mantenere questo controllo e a ridurre i passaggi nella zona per tenere sotto scacco i cinesi?

L’idea di Trump è di far tornare gli Stati uniti all’età dell’oro, ma non ce la fa. Credo che la Cina non possa lasciare in mano Hormuz agli americani neanche parzialmente.

Come si spiegano Gli attacchi iraniani agli Emirati Arabi Uniti, continuati per il secondo giorno?

Sembrano marginali, ma hanno un peso strategico notevole. Colpire gli Emirati significa allargare il perimetro della tensione e mandare un segnale agli Stati Uniti, a tutto il sistema regionale e agli attori economici del Golfo. Qui entra in gioco un elemento spesso sottovalutato: non sempre queste azioni rispondono a una regia unica all’interno dell’Iran, nel quale convivono linee diverse, con i Pasdaran che hanno una loro autonomia operativa, che in alcuni casi ha portato a iniziative più aggressive rispetto alla linea politica ufficiale. Una circostanza preoccupante perché significa che non tutto è completamente controllato. Anche per questo questi attacchi sono un possibile fattore di destabilizzazione.

Secondo le agenzie il presidente Pezeshkian sarebbe irritato con i Pasdaran che hanno preso queste iniziative: una conferma di questa situazione?

È come se l’Iran avesse due governi. Non solo: gli americani con i loro attacchi pensavano di accaparrarsi le simpatie del popolo iraniano, ma hanno ottenuto l’effetto contrario. Se avessero attaccato i luoghi strategici del regime probabilmente Trump sarebbe riuscito a ottenere quello che desiderava, invece gli attacchi sono stati indiscriminati, anche sulle scuole.

USA e Paesi del Golfo hanno preparato una bozza di risoluzione ONU per condannare il blocco dell’Iran nello stretto di Hormuz. Un tentativo americano, destinato a fallire, di vedere appoggiata la loro posizione?

Questa nuova bozza di risoluzione è un segnale importante, ma va letto con realismo, perché le Nazioni Unite sono le grandi assenti di questa crisi. La diplomazia cerca di muoversi, ma è totalmente bocciata da dichiarazioni come quelle di Trump, che della diplomazia non tiene molto conto. Il tentativo di riportare il confronto dentro un perimetro più regolato, meno esposto alla logica dello scontro, ci sta, ma l’ONU riflette gli equilibri tra le grandi potenze e una risoluzione efficace richiederebbe un consenso che oggi non è affatto scontato. Non dico che queste bozze siano inutili, perché tengono aperto un canale di confronto, ma più che altro sono uno strumento di posizionamento politico, di comunicazione.

Trump e Xi Jinping dovrebbero incontrarsi il 14-15 maggio: il summit, invece di parlare di temi commerciali, affronterà quello della crisi in Iran?

Questi incontri faccia a faccia possono essere utili, ma abbiamo davanti un uomo come Trump che cambia idea dalla sera alla mattina. Certo, la Cina è l’unico attore che oggi ha contemporaneamente un interesse diretto e una capacità di influenza reale sul terreno. Una soluzione va trovata, deve sperarlo anche l’Europa, nella quale ogni presidente fa quello che gli pare perché è convinto di agire meglio di tutti gli altri, con il risultato che si limitano i voli o prodotti come alluminio e fertilizzanti. Senza parlare del petrolio. È un obbligo per tutti gli attori coinvolti.

(Paolo Rossetti)

Fonte: Il sussidiario.net, 6 maggio 2026

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