TRUMP & IRAN | Lettera d’intenti, sabotaggi e bluff militare: l’accordo è appeso a Khamenei (e all’uranio)

Int. Paolo Giordani, Presidente Istituto Diplomatico Internazionale

Iran e USA pronti a una lettera di intenti che dà 30 giorni per trattare. Dalla Guida Suprema però parole pesanti sull’uranio arricchito. Intesa difficile.

Una lettera d’intenti che fermi la guerra per 30 giorni, per dare il tempo di negoziare principalmente sul nucleare e sullo stretto di Hormuz. Iran e USA sembrano andare in questa direzione, anche se poi le parole della Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, che non vuole rinunciare all’uranio arricchito, sembrano già opporre un muro alla possibilità di un negoziato.

La realtà, commenta Paolo Giordani, presidente dell’Istituto diplomatico internazionale (IDI), è che trovare un’intesa sarà molto difficile per Trump, che sul nucleare, in particolare, dovrà individuare una formula più severa rispetto all’accordo di Obama del 2015, ma nello stesso tempo accettabile per Teheran. È probabile che, alla fine del mese di trattative, non si raggiunga un vero accordo e che la situazione di crisi si trascini nel tempo, con conseguenze negative sull’economia mondiale.

La soluzione, temporanea, alla crisi Iran-USA sarebbe una lettera d’intenti che dia 30 giorni di tempo per trovare una soluzione sul programma nucleare e su Hormuz. Trump ha seppellito definitivamente l’ascia di guerra?

La sensazione è che si stia andando verso una sorta di documento preliminare, che servirebbe soprattutto a congelare temporaneamente l’escalation e che dovrebbe aprire un varco per un negoziato più ampio. In effetti, negli ultimi giorni sono filtrate diverse indiscrezioni in questa direzione, sia da fonti americane sia da ambienti vicini a Teheran. Si parla di 30 giorni di trattative, di una riapertura graduale dello stretto di Hormuz, perfino di possibili formule intermedie sul nucleare. Secondo me, bisogna stare attenti a non semplificare troppo la situazione.

Perché?

Trump deve trovare una soluzione più severa dell’accordo firmato da Obama nel 2015 sul nucleare, che lui stesso aveva stracciato definendolo troppo debole, ma anche realisticamente accettabile per gli iraniani. E questo credo sia molto più difficile. Il JCPOA aveva una logica: non eliminava il programma nucleare iraniano e, infatti, è stato criticato da Israele e dai repubblicani, ma stabiliva che l’Iran avrebbe accettato di ridurre le centrifughe, limitando l’arricchimento dell’uranio al 3,7% e permettendo controlli da parte delle autorità internazionali.

Bisognerebbe ricordare, e forse spiegarlo anche a Trump, che l’uranio arricchito non è tutto uguale: per alimentare centrali civili basta un livello relativamente basso, mentre per l’uso militare bisogna arrivare al 90%. Il vero nodo è quanto l’uranio venga arricchito, dove venga conservato e chi lo controlli.

Rimanendo all’uranio arricchito, però, Mojtaba Khamenei ha dichiarato che deve rimanere in Iran, mentre in precedenza Teheran sembrava disposta a trasferirlo in Russia. Fare una dichiarazione del genere significa già mettere i bastoni fra le ruote alle trattative?

È forse una delle dichiarazioni più importanti degli ultimi giorni, perché va dritta al cuore della trattativa. Khamenei ha detto chiaramente che l’uranio arricchito non si muove dall’Iran e questo cambia parecchio gli equilibri del negoziato. Per capire il punto bisogna anche spiegare una cosa: gli americani e, in generale, gli europei non temono tanto il nucleare civile; il vero problema è la quantità di uranio già arricchito accumulata da Teheran, oltre 400 chili. È questa che fa un po’ paura.

La Guida Suprema è intervenuta in modo molto duro, dopo un mese di silenzio, per dichiarare che il programma nucleare non sarà smantellato e che il materiale arricchito resterà in Iran. Un passaggio molto pesante politicamente, perché complica anche la posizione di Trump.

Le parole di Khamenei sono anche la conferma della spaccatura dentro il regime?

È una situazione a due o forse anche a tre teste. Khamenei non è semplicemente il leader politico, ma la figura che garantisce l’equilibrio tra apparato religioso, Pasdaran, intelligence e strutture di sicurezza. Questa presa di posizione sembra anche un messaggio interno, perché dentro il sistema iraniano esistono sensibilità diverse. Ci sono settori più pragmatici che probabilmente vedrebbero con favore una soluzione negoziale, ma anche una parte dei Pasdaran e delle componenti più ideologiche del regime che temono qualsiasi concessione eccessiva agli americani.

Di cosa hanno paura?

In fondo, il programma nucleare, per l’Iran, non è soltanto una questione energetica: è una questione di sovranità, di prestigio strategico e di sopravvivenza del regime. Dopo quello che è accaduto in Iraq, in Libia o in altri Paesi della regione, molti ambienti iraniani sono convinti che rinunciare completamente a determinate capacità significherebbe esporsi troppo. Ed è qui che la situazione si complica.

La soluzione dell’enigma quale può essere?

Continuo a pensare che, se arriverà, sarà una formula intermedia; difficilmente una resa totale iraniana, come inizialmente qualcuno ha ipotizzato.

La strada indicata da Trump, quindi, resterà quella della lettera d’intenti? In fondo ha già annunciato diverse volte di essere sul punto di distruggere l’Iran e poi non ha attaccato: è probabile che non lo faccia più?

Trump ha diversi problemi: la benzina è aumentata, i sondaggi sono in picchiata e si percepisce un certo raffreddamento tra lui e Netanyahu, perché gli interessi americani e quelli israeliani non coincidono più o forse non sono mai coincisi. Israele avrebbe interesse a colpire ancora e a indebolire strutturalmente l’Iran; invece, il presidente USA deve fare i conti con il Congresso, con l’opinione pubblica, con i costi militari, i prezzi energetici e la stabilità del Golfo.

Quindi sì, secondo me una parte della postura americana oggi contiene elementi di pressione psicologica e di bluff negoziali. Ma bisogna stare attenti, perché Trump alterna aperture diplomatiche a minacce militari nel giro di poche ore.

Israele ha accettato una tregua di 45 giorni in Libano, salvo poi bombardare dopo poche ore. Netanyahu è così spregiudicato da usare il Libano come grimaldello per far saltare l’accordo Iran-Stati Uniti?

In Iran c’è una forte diffidenza nel trovare un accordo. Gli iraniani guardano a quello che è accaduto anche in Libano e temono che possa ripetersi lo stesso schema: una tregua formale, magari utile a raffreddare temporaneamente la pressione internazionale, mentre in realtà continuano sabotaggi, eliminazioni mirate o anche azioni indirette. Questo spiegherebbe anche la durezza di Khamenei sull’uranio arricchito.

Dentro il sistema iraniano c’è la convinzione che Israele continui a considerare insufficiente qualsiasi accordo. Non vogliono nessun tipo di intesa. E qui sta il punto. La vera difficoltà di Trump sarà convincere gli iraniani a fidarsi di nuove garanzie occidentali.

C’è il pericolo che, anche dopo questi 30 giorni per negoziare, non si trovi una soluzione e che la crisi si trascini nel tempo?

È uno scenario probabile. I 30 giorni non devono essere letti come il tempo necessario per risolvere davvero il problema, ma come una finestra per evitare che la situazione esploda. Però il vero rischio è che si entri in una specie di crisi permanente a bassa intensità: formalmente tregua, formalmente negoziato aperto, ma nel frattempo, per mesi e mesi, sabotaggi, pressioni, operazioni mirate, cyberattacchi, blocchi economici e via dicendo.

Trump deve far fronte a una situazione complicatissima: trovare una formula per accordarsi lo trovo veramente difficile. Il problema è evitare la guerra totale. Che non significa la terza guerra mondiale: parlo di un conflitto che si allarga in termini economici e con il quale tutti noi stiamo già facendo i conti.

(Paolo Rossetti)
Fonte: Ilsussidiario.net, 22 maggio 2026

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