Int. Paolo Giordani, Presidente Istituto Diplomatico Internazionale
Il possibile incontro fra il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov e il segretario di Stato USA Marco Rubio è l’unico segnale di apertura al dialogo nella guerra in Ucraina. Per il resto, si parla di un pesante attacco aereo di Kiev con droni e missili, con obiettivo anche una centrale nucleare russa. Insomma, niente di rassicurante. A tutto questo si aggiunge il nervosismo della NATO, che continua a dirsi pronta a una guerra con i russi che Mosca non ha nessuna convenienza a combattere.
In realtà, osserva Paolo Giordani, presidente dell’Istituto Diplomatico Internazionale, l’Europa è in tensione perché sa che gli americani se ne stanno andando e anche le sanzioni imposte alla Russia dal Congresso lasciano la decisione al presidente Trump, che notoriamente non è intenzionato a esercitare chissà quale pressione su Putin.
Gli ucraini avrebbero lanciato 1.600 droni e missili sulla Russia, colpendo un’importante raffineria: la strada dell’escalation ormai è segnata? Un drone sarebbe stato lanciato anche sulla centrale nucleare di Kursk: è il segno tangibile del rischio che sta correndo l’Europa con la guerra in Ucraina?
Purtroppo, i reciproci attacchi delle ultime ore non differiscono, se non nella quantità dei mezzi impiegati e per il fatto di cadere durante le elezioni per la Duma, da quanto si è visto nelle ultime settimane. Aver fatto sentire alla popolazione russa, anche di Mosca e Pietroburgo, il peso di un conflitto che sembrava lontanissimo è forse il risultato principale della campagna aerea ucraina, più importante dei colpi contro raffinerie e magazzini.
Quanto abbiano inciso sul consenso a Putin si potrà vedere non dall’esito delle urne, scontato, ma, se si manifesteranno, da altri indizi: astensionismo, proteste nei seggi all’estero, schede annullate. Ciò premesso, l’iniziativa resta in mano agli aggressori. Il clima nel Paese contribuirà a determinare le mosse di Putin. L’attacco alla centrale nucleare di Kursk è inaccettabile, come tutti gli attacchi a impianti nucleari, da qualunque parte provengano. Il rischio di incidenti è elevato: camminiamo sul filo del rasoio, soprattutto a Zaporižžja.
Il generale Giuseppe Cavo Dragone dice che la NATO è pronta a rispondere alla minaccia russa: parole da guerra fredda o l’insistenza su questo tema da parte occidentale deve preoccuparci?
Francamente, non vedo perché la Federazione russa, impegnata da più di quattro anni in una guerra che doveva durare poche settimane, bersagliata dalle sanzioni europee e ora (teoricamente) da quelle americane secondo le intenzioni del defunto senatore Graham, con problemi di reclutamento non paragonabili a quelli ucraini, ma comunque gravi, dovrebbe imbarcarsi in un confronto diretto con la NATO. Guerra ibrida sì, disinformazione, hackeraggi e quant’altro può servire per destabilizzare l’UE: tutto questo ci sta, c’è e continuerà.
Non rischiamo un coinvolgimento diretto dell’Europa nel conflitto in Ucraina?
Il confronto diretto, innescato da una “provocazione” più grossa delle altre, è contrario agli interessi russi, consentirebbe agli alleati dell’Ucraina di mettere gli stivali sul terreno e porterebbe per direttissima all’uso di armi nucleari, prima tattiche e poi strategiche. La realtà della NATO è che gli americani se ne stanno andando e che il messaggio agli europei è “Arrangiatevi”. Di qui, forse, tanto nervosismo da parte di molti governi del continente e di funzionari dell’Alleanza.
Trump intanto firma le sanzioni contro la Russia: anche gli americani stanno chiudendo la porta a una trattativa?
Bisogna leggere tra le righe della “legge Graham”, firmata da Trump. Si tratta di poco più che un monito a Mosca e un segnale di fermezza destinato agli elettori del midterm. Il gestore delle sanzioni è il presidente, cui la legge, peraltro, conferisce un enorme potere tariffario.
L’amministrazione rivendica “piena discrezionalità” sulle deroghe e potrà “terminare le sanzioni” a piacimento in caso di accordo di pace, vero o presunto. Appare comunque improbabile che Trump, nel bel mezzo della crisi di Hormuz e con le tensioni crescenti nel Mar Rosso, colpisca davvero il settore energetico russo, cuore della potenza del Cremlino. Per tenere relativamente bassi i prezzi, fa comodo a tutti che circolino petrolio e gas russi e che la Cina non aumenti troppo gli acquisti di greggio.
Secondo alcune indiscrezioni raccolte dal Kyiv Independent, russi e ucraini non vorrebbero più Witkoff come mediatore: le missioni diplomatiche degli inviati di Trump sono fallite anche per colpa sua? Ci vuole qualcuno che sia capace di cambiare qualcosa nell’approccio con Russia e Ucraina?
Witkoff è un immobiliarista, non un diplomatico. E s’è visto durante le trattative. Gli si rimprovera non tanto la spiccata simpatia personale per Putin, condivisa anche dal suo dante causa alla Casa Bianca, ma l’imprecisione con cui trasmette a Trump le risultanze degli incontri e l’incapacità di “imporre la pace” come vorrebbe il presidente americano. Non credo che Trump rimuoverà un amico di vecchia data. E la Casa Bianca ha già liquidato le indiscrezioni come “fake news”.
Allo stesso tempo, anche la TASS accredita la possibilità di un incontro tra Lavrov e Rubio a margine dell’Assemblea generale dell’ONU: c’è qualcosa al quale rimane comunque aggrappato il negoziato?
Quello tra i ministri degli Esteri è il canale di dialogo più tradizionale, forse può essere anche più produttivo. Comunque, l’Ucraina sarebbe solo uno degli argomenti sul tavolo e non vi saranno certo progressi se Zelensky continuerà a pensare di potersi riprendere i territori perduti. Putin, invece, potrebbe considerare compiuta la missione se otterrà o conquisterà la parte di Donbass ancora sotto il controllo ucraino. Il tempo è ancora dalla sua parte e l’anno elettorale 2027 in Europa potrebbe riservargli piacevoli sorprese.
Dopo le elezioni in Russia temono una nuova chiamata alle armi da parte di Putin: possibile che usi il risultato del voto per rilanciare l’opzione militare in Ucraina?
Ovviamente, prima delle elezioni, il presidente Putin e i suoi uomini si sono guardati bene dall’annunciare una mobilitazione, men che meno generale. Finora il sistema si è retto sui contratti volontari. Secondo le stime dell’economista tedesco Janis Kluge, fondate sui bilanci regionali, il ritmo di reclutamento di soldati a contratto nell’agosto 2026 si è attestato su circa 1.000 unità al giorno, ovvero 30.000 al mese, come nel secondo trimestre.
Il risultato è inferiore di circa il 20% rispetto all’agosto dell’anno scorso. Stando ai calcoli di Kluge, dall’inizio dell’anno fino alla fine di agosto sono stati sottoscritti 234.000 contratti, contro i 260.000 registrati nello stesso periodo del 2025. Il “fabbisogno” per mantenere il fronte è di circa 30 mila uomini al mese (nell’area di Lyman vi sono forti difficoltà). Siamo lì, ma non basta per un’offensiva.
Quindi, cosa succederà?
Molto probabilmente una mobilitazione ci sarà, ma graduale e, per così dire, “nascosta”, senza clamori. Del resto, la Federazione può contare su circa 10 milioni di uomini in età militare (20-39 anni) concretamente disponibili, anche se l’effettiva capacità di equipaggiare, addestrare e integrare i coscritti nell’esercito non dovrebbe superare, secondo l’Institute for the Study of War, le 500 mila unità per volta: comunque un numero molto grande.
di Paolo Rossetti
fonte: ilsussidiario.net

