MISSILI, IRAN RISPONDE A ISRAELE | Il Medio Oriente torna sull’orlo dell’escalation

Int. Paolo Giordani

Attacchi degli israeliani alla roccaforte di Hezbollah a Beirut, l’Iran risponde lanciando missili iraniani su Israele. La guerra torna come prima?

L’attacco di Netanyahu a Hezbollah, la risposta iraniana con missili sul nord di Israele. E soprattutto il rischio che ora la guerra riparta come prima, con gli americani che seguono gli israeliani nei loro attacchi contro Teheran. La trattativa fra Iran e USA procede con grandi difficoltà, ma tutto intorno, osserva Paolo Giordani, presidente dell’Istituto diplomatico internazionale (IDI), c’è una tensione tale che tutto potrebbe saltare da un momento all’altro.

Qualche segnale di speranza c’è stato: il fatto, per esempio, che gli americani abbiano contattato un pool di esperti di energia nucleare, segno che vogliono andare a fondo sul programma iraniano. Ora però gli attacchi e i contrattacchi di Iran e Israele rischiano di riportare indietro le lancette del negoziato.

Dopo l’attacco di Israele a Beirut, alla roccaforte di Hezbollah, l’Iran ha lanciato missili su Israele (che sarebbero stati intercettati) e i caccia israeliani sarebbero già partiti verso Teheran: stiamo tornando al 28 febbraio?

Netanyahu sostiene che l’attacco sia stato una risposta ai missili lanciati da Hezbollah contro il nord di Israele, missili che, peraltro, l’esercito israeliano sostiene di aver intercettato. Il rischio di provocare una rappresaglia iraniana contro Israele era abbastanza evidente e, infatti, così è successo. Ora il pericolo è che la guerra riparta come prima, vanificando gli sforzi per un accordo. Washington e Tel Aviv hanno interessi divergenti e basta poco per far saltare la polveriera.

C’è la possibilità che Netanyahu costringa ancora Trump a seguirlo contro l’Iran?

La mia impressione è che il significato sia soprattutto politico: Teheran vuol fare caprie a Israele e agli USA che il dossier nucleare non può essere separato completamente da quello regionale e dalla questione Hezbollah. Né l’Iran né gli Stati Uniti sembrano avere interesse, almeno ora, a una ripresa della guerra su vasta scala. Molto dipenderà dalle reazioni delle prossime ore e soprattutto dalla risposta israeliana. Questo sviluppo conferma che il vero problema del negoziato non è mai stato solo l’uranio arricchito o il programma nucleare. Quello è il dossier tecnico. Il problema politico riguarda l’assetto dell’intero Medio Oriente.

Cioè?

Israele ragiona in termini di sicurezza strategica di lungo periodo e punta a ridimensionare in modo stabile l’influenza iraniana. In quest’ottica, la questione non riguarda soltanto il programma nucleare, ma anche il futuro degli equilibri regionali, il ruolo di Hezbollah, la stabilità del Libano e, più in generale, la posizione che l’Iran continuerà a occupare nello scacchiere mediorientale una volta terminata l’attuale fase del conflitto. Netanyahu considera il confronto con l’Iran una partita strategica tutt’altro che conclusa.

Un attentatore ha aperto il fuoco in una stazione di servizio a Kochav Yair, non lontano dalla Cisgiordania, ferendo cinque persone. In seguito ha esploso altri colpi prima di essere individuato e ucciso. Hamas ha parlato di atto eroico. Ora Israele dovrà guardarsi dal pericolo terrorismo? La guerra proseguirà così?

Con atti terroristici, che i suoi nemici definiscono “eroici”, Israele deve fare i conti da sempre, a maggior ragione dopo la politica di “guerra permanente” su tutti i fronti in risposta all’operazione terroristica di Hamas “Diluvio al-Aqsa” del 7 ottobre 2023, che costò la vita a circa 1200 tra civili e militari israeliani e portò al rapimento di 251 persone.

Da quell’episodio ebbe origine la guerra con Hamas “casa per casa” a Gaza e il dramma della popolazione civile di cui ancora si parla. Molto meno si parla della Cisgiordania, dove i coloni, in nome dell’interpretazione biblica di “Eretz Yisrael”, la terra di Israele, che è molto più vasta dell’attuale Stato ebraico, estendono de facto i confini con il sostegno dell’esercito.

Anche la tensione nella West Bank è causa di questa recrudescenza del terrorismo?

Gli elementi più violenti sono già stati sanzionati dall’UE, ma i coloni godono della simpatia di ministri come Smotrich e Ben-Gvir e, in fin dei conti, dello stesso Netanyahu. Quindi nessuno ferma la loro avanzata pressoché quotidiana a spese degli arabi, anche perché in autunno si terranno elezioni decisive per il futuro di Israele. L’attacco nella regione di Sharon è, secondo Hamas, una risposta alla continua “aggressione contro Gaza e ai continui crimini, esecuzioni extragiudiziali, espansione degli insediamenti, incursioni e attacchi quotidiani contro il nostro popolo in Cisgiordania e a Gerusalemme”. La tensione è alle stelle, le provocazioni da ambo le parti sono continue, ed è facile prevedere che l’episodio odierno non resterà isolato.

Intanto le trattative registrano una lettera del capo dell’esercito pachistano Asim Munir e del primo ministro Shehbaz Sharif al leader iraniano Mojtaba Khamenei sullo stato dei colloqui mediati da Islamabad. Siamo ancora in fase di stallo?

Sì, ma si moltiplicano gli sforzi dei protagonisti e dei mediatori per uscirne. Colpisce che Trump abbia dichiarato la sua disponibilità a incontrare Mojtaba Khamenei e abbia avuto parole di elogio per lui, definendolo “più razionale del padre” e “coraggioso”, perché partecipa al processo per l’accordo nonostante le gravi ferite riportate. Fa ben sperare anche la notizia diffusa dal sito Axios, secondo cui i negoziatori americani avrebbero consultato un pool di esperti di energia nucleare in vista della seconda, e decisiva, parte dei colloqui: dopo l’eventuale firma del Memorandum of Understanding bisognerà approfondire soprattutto il tema dei controlli e delle garanzie sul rispetto degli accordi.

Secondo la Reuters gli USA vorrebbero usare i fondi iraniani all’estero per risarcire i Paesi del Golfo dei danni della guerra. Un’intenzione del genere sarebbe la fine del negoziato?

Quello degli asset iraniani è un punto centrale delle trattative. L’impiego ipotizzato da alcuni media statunitensi, per risarcire i Paesi del Golfo, certo non le promuoverebbe. Mi sembra più probabile che gli americani vogliano giocare questa carta progressivamente, per assicurarsi l’adempimento degli eventuali impegni sulla distruzione dell’uranio arricchito e sul programma nucleare. Lo ha confermato lo stesso Trump.

Intanto in Libano (e a Gaza) Israele continua a mietere vittime. Adesso è stato accusato dai media americani e da Human Rights Watch (HRW) di aver usato il fosforo bianco in aree abitate, mentre a Beirut si discute di come disarmare Hezbollah in modo che resti solo un’entità politica. Impossibile trovare un punto di equilibrio?

Purtroppo per i civili libanesi, il conflitto USA-Israele-Iran, che coinvolge lo Stretto di Hormuz e potenzialmente quello di Bab-el-Mandeb, è percepito come un problema globale, e in effetti lo è. Mentre dal punto di vista americano la guerra contro Hezbollah è un conflitto regionale per la sicurezza di Israele e costituisce un problema, come dimostra l’ormai famosa telefonata con Netanyahu, solo perché ostacola il negoziato con l’Iran. Perciò Trump non esige che il Libano faccia parte dell’accordo. Ma lo stanno esigendo gli iraniani, che devono difendere i loro alleati.

(Paolo Rossetti)

Fonte: ilsussidiario.net, 8 giugno 2026

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