L’ACCORDO CHE NON C’È

di Paolo Giordani, Presidente Istituto Diplomatico Internazionale

Ci vorrà del tempo per capire se Donald J. Trump abbia digitalmente firmato un “vero” accordo con l’Iran.

L’aggettivo è quanto mai necessario, perché l’inizio del negoziato propriamente detto, previsto per venerdì 19 in Svizzera, è saltato. Israele non intende rispettare neanche il punto 1 (cessate il fuoco su tutti i fronti e garanzie sull’integrità e la sovranità del Libano) e tanto è bastato agli iraniani, che non aveva alcuna fretta di stringere la mano del vicepresidente americano JD Vance, per non presentarsi a Lucerna. D’altra parte, il Memorandum of understanding prevede e implica trattative approfondite sui temi più importanti, come l’uranio arricchito e il programma nucleare, e non è escluso che colloqui possano essere comunque avviati sul piano tecnico.

L’impressione, avvalorata dall’ira di Netanyahu e dei suoi ministri oltranzisti, è che la guerra sia stata “chiusa” frettolosamente così com’è iniziata. Dopo le prime settimane di conflitto si è capito che l’obiettivo primario del cambio di regime a Teheran, non dichiarato ma di decisiva portata geopolitica, non era realizzabile e il focus si è spostato sull’uranio arricchito e sugli sforzi iraniani di procurarsi la Bomba, mentre i nuovi leader dei Pasdaran e della Repubblica islamica, subentrati ai vecchi capi assassinati dai bombardamenti israeliani e americani, scoprivano di avere già a disposizione un’arma ancora più efficace a livello globale: il blocco dello Stretto di Hormuz.

Nonostante la soverchiante superiorità militare, e i danni enormi inflitti al nemico, Stati Uniti e Israele hanno appreso direttamente sul campo l’ultima lezione della guerra moderna. Ne sa qualcosa anche Putin con l’Ucraina: grazie allo sviluppo tecnologico (droni, droni kamikaze e missili) il più debole può mettere in difficoltà i più forti, a maggior ragione se, come l’Iran, conta sulla geografia (una posizione strategica), sulla storia (il lascito di una civiltà millenaria) e sul fervido messianismo sciita.

La rinuncia a dotarsi di armi nucleari, che a detta del tycoon rappresentava “il 95 per cento della questione”, era già implicita nell’accordo firmato dall’Iran con Obama e l’Unione europea nel 2015 (JCPOA). Quell’intesa prevedeva tra l’altro, in cambio dell’eliminazione delle sanzioni, la riduzione del 98 per cento delle scorte di uranio arricchito, la rimozione di due terzi delle centrifughe operative, il limite del 3,67 per cento all’arricchimento dell’uranio (per uso militare si deve arrivare al 90 per cento). Quando la prima amministrazione Trump denunciò l’accordo, l’Iran, con tanto di certificato dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica, lo stava rispettando. Poi è scattato il “liberi tutti” e, poco a poco, siamo arrivati alla guerra dell’anno scorso e a quella che dovrebbe chiudersi (condizionale d’obbligo) con questo MoU.

A Teheran si festeggia, nonostante il “ni” della Guida Suprema Mojtaba Khamenei che aveva “una visione diversa” e perciò sottolinea la determinazione con cui l’Iran affronterà (quando deciderà di affrontarli) i prossimi negoziati: “Non ci sottometteremo a pretese eccessive del nemico”. Neanche questa volta il “grande Satana” e quello “piccolo” (Stati Uniti e Israele) sono riusciti a cancellare la Repubblica islamica. E per il regime è già motivo di giubilo. Se poi si guarda al contenuto del memorandum gli ayatollah possono ulteriormente rallegrarsi. Teheran prende impegni sulla libertà di navigazione, promette che non svilupperà armi nucleari e rinvia le questioni più delicate all’accordo definitivo. Intanto il programma nucleare resta nella situazione attuale. Invece gli Stati Uniti promettono l’eliminazione progressiva delle sanzioni e del blocco delle attività finanziarie di Teheran, annunciano deroghe immediate per consentire l’esportazione del petrolio iraniano e addirittura un programma di ricostruzione e sviluppo economico dell’Iran dal valore di almeno 300 miliardi di dollari, da concordare con i partner regionali (gli stessi colpiti dai missili e dai droni iraniani).  Logico che a Washington Trump sia stato subissato di critiche, non solo dei democratici, per aver ceduto troppo. 

Nella sua difesa c’è un’importante chiave di lettura dell’accaduto. “Per gli Stati Uniti – avverte il tycoon sul suo social Truth – ci sono soltanto successi, prezzi del petrolio più bassi e vittoria. Guardate il mercato azionario. È propaganda dei Dumocrat (gioco di parole dispregiativo per indicare i Democratici) all’opera!!!”. In effetti, se il fragile accordo reggerà, Trump potrà rifiatare: un presidente con i sondaggi a terra, l’inflazione al 4,2 per cento e la benzina a 5 dollari al gallone, con i mondiali di calcio in casa, con le prime serie defezioni tra deputati e senatori repubblicani, con la prospettiva di perdere molto male, a novembre, le elezioni di midterm e il rischio di vedere almeno la Camera dei rappresentanti trasformarsi in una commissione d’inchiesta sulla sua amministrazione.

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