IRAN | Trump spende 900 milioni di dollari al giorno, l’exit strategy c’è ma costerebbe ancora di più

Int. Paolo Giordani

IRAN | “Trump spende 900 milioni di dollari al giorno, l’exit strategy c’è ma costerebbe ancora di più”

La guerra coinvolge 20 Paesi e costa 900 milioni di dollari al giorno. Trump deve uscirne, ma l’ipotesi di un attacco all’isola di Kharg è rischiosissima Donald Trump vuole mettere alle strette l’Iran, ma preferisce un Paese non destabilizzato, e ha bisogno di una exit strategy dalla guerra. Netanyahu, invece, vuole eliminare il vertice dell’asse del male. Per cambiare il regime, però, attaccare con aerei, missili e droni non basta e allora si cerca una via d’uscita.

L’alternativa, spiega Paolo Giordani, presidente dell’Istituto diplomatico internazionale (IDI), allora è colpire comunque dall’alto per danneggiare l’Iran e rendere più difficile la sua ripresa o trovare un’altra soluzione. Secondo alcuni potrebbe essere un attacco di terra all’isola di Kharg, snodo fondamentale per il petrolio della regione. Ma i rischi sono enormi.

Trump dice che la guerra è quasi terminata. Per il Wall Street Journal i suoi collaboratori lo invitano a trovare una via di uscita per evitare rialzi del prezzo del petrolio e assecondare gli americani, che secondo i sondaggi non vogliono il conflitto. Quale può essere la soluzione?

Fin dall’inizio Trump ha citato motivazioni diverse per l’attacco e previsto durate diverse, da pochi giorni a qualche settimana, fino a un tempo indefinito. Al decimo giorno, perdite e danni inflitti agli iraniani sono enormi, ma il regime non dà segni di dissoluzione; le monarchie del Golfo, alleate degli USA, subiscono le gravissime conseguenze di un conflitto che non hanno voluto, e per il quale incolpano Washington, e il mondo rischia una crisi energetica più grave di quella del 1973. In realtà non solo energetica: pensiamo a fertilizzanti, alluminio, microchip, a tutto ciò che comporta la chiusura di un “collo di bottiglia” di importanza globale. Secondo il sito Axios, sono una ventina i Paesi coinvolti nella guerra: non si vedeva da decenni. E facilmente potrebbe essere coinvolta la NATO, se Cipro o Turchia invocassero l’art. 5 del trattato a seguito di un attacco.

Cosa può fare Trump?

L’esigenza di individuare un’exit strategy c’è, eccome. Il sogno di Trump (solo in questa regge l’analogia col Venezuela) è prendere il controllo del petrolio iraniano, come gli Stati Uniti hanno fatto con il greggio iracheno. L’obiettivo, però, sembra incompatibile con la resilienza e il desiderio di vendetta del regime di Teheran e quindi con la rappresentazione di una guerra breve, già costosissima (circa 900 milioni di dollari al giorno), ma con limitate perdite di vite americane. Molto dipenderà dalla situazione interna americana.

Perché?

Preoccupato per il voto di midterm, il presidente sta cercando di far passare al congresso una proposta di legge, il SAVE America Act, con disposizioni elettorali che dovrebbero favorirlo e quindi evitargli sconfitta e probabile impeachment. I sondaggi sulla guerra con l’Iran sono sfavorevoli. Non per caso, dunque, abbiamo sentito i frammenti di quella che potrebbe essere una narrazione sempre più insistente: “Abbiamo già vinto, abbiamo eliminato la loro marina e la loro aviazione, buona parte dei loro missili, abbiamo eliminato i loro capi”. Quindi mission accomplished, missione compiuta.

Il presidente americano ha dichiarato che le decisioni sulla guerra verranno prese con Netanyahu, che però insiste per un cambio di regime. Israele potrebbe accettare una fine del conflitto solo in caso di caduta del sistema degli ayatollah?

L’eliminazione fisica delle élites, la degradazione delle capacità militari iraniane e la distruzione delle infrastrutture del Paese sono per Israele guadagni netti che, finché dura la guerra, si realizzano ogni giorno. Netanyahu persegue i suoi obiettivi, l’eliminazione del “vertice dell’asse del male” e l’egemonia sulla regione, anche a rischio di irritare Washington (com’è accaduto per i bombardamenti sui depositi di carburante di Teheran e come mostra il suo “non abbiamo ancora finito”). Un Iran diviso e nel caos potrebbe rispondere ai desideri di Israele, non alle esigenze del potente alleato che vorrebbe un ordine diverso e favorevole ai propri interessi, ma un ordine. Se questa contraddizione esploderà, Trump faticherà a fermare Netanyahu, ma Netanyahu difficilmente potrà andare molto avanti senza il placet di Trump.

Israeliani e americani dicono che le capacità offensive e difensive dell’Iran sono state drasticamente ridotte, ma vengono ancora lanciati missili e droni sul Barhein, sulla Turchia, sugli Emirati Arabi Uniti. Sono gli ultimi fuochi di paglia o gli iraniani hanno la possibilità di allungare i tempi della guerra?

L’Iran dispone ancora di migliaia di missili a medio e corto raggio e di droni, ma, per quanto riguarda i missili, con capacità operativa limitata dalla distruzione dei lanciatori. Queste armi, se impiegate con oculatezza, possono servire agli obiettivi strategici principali della Repubblica islamica: mantenere la pressione sui Paesi del Golfo e sui flussi energetici internazionali, per seminare il caos e aggravare la crisi economica. La maggiore “permeabilità” di Israele e delle monarchie del Golfo agli attacchi iraniani è probabilmente dovuta al danneggiamento dei costosissimi sistemi radar a lungo raggio americani nei primi giorni di guerra.

Come cambieranno i rapporti tra l’Iran e gli altri Paesi mediorientali? Se dovesse rimanere questo regime gli attacchi iraniani lasceranno in eredità una conflittualità con i Paesi del Golfo e la Turchia?

Non necessariamente. Potrebbe ricostituirsi la situazione da “vivi e lascia vivere” che c’era prima, sempre al netto delle differenze religiose e culturali tra gli iraniani sciiti e i vicini sunniti. Ma per i Paesi del Golfo, nel breve-medio termine, sarà difficile recuperare la capacità di attirare persone e capitali.

Trump e Putin si sono sentiti anche sulla guerra in Iran. E la Cina sembra muoversi nell’ombra. Quanto possono influire russi e cinesi sullo sviluppo del conflitto? Fino a che punto possono esercitare pressioni su Trump?

Un buon punto, ma non parliamo di strumenti militari. Russi e cinesi sono interlocutori che Trump riconosce veramente come tali, perché, direbbe lui, “hanno le carte”. Lo dimostra non solo la telefonata con Putin, ma anche l’impegno profuso (da ambo le parti) per mantenere in agenda la visita del presidente americano in Cina, la prima dopo otto anni. Il Cremlino gioca una partita sui due tavoli: agli iraniani passa informazioni ricavabili dalla rete satellitare, che Teheran non ha, e con Washington, che lo ha rimesso in gioco e promette di allentare le sanzioni, tiene aperto il “dialogo di Anchorage” su business e Ucraina e si propone come mediatore con Teheran.

E Pechino?

La Cina è il maggior compratore di petrolio e GNL proveniente dal Medio Oriente, è danneggiata dal conflitto, ma dispone di enormi scorte (tra 1,2 e 1,4 milioni di barili e 7,6 milioni di tonnellate di GNL), è già oggi il principale produttore di energia rinnovabile al mondo e si avvia nel medio termine a ridurre la sua dipendenza dalle fonti fossili. I cinesi potrebbero giocare con Trump la carta delle terre rare di cui hanno il quasi-monopolio. L’opzione militare è riservata, in ipotesi, a Taiwan e all’Indo-Pacifico. Anche Xi offre i servigi dei suoi diplomatici.

Allo stato dei fatti qual è lo scenario più probabile di evoluzione della crisi? Se non avverrà il cambio di regime dovremo solo aspettare qualche mese fino a che israeliani e americani non proveranno a dare un’altra spallata?

Gli osservatori, a cominciare dal National Intelligence Council americano, sono concordi nel ritenere che missili e droni, sia pure in quantità mai viste prima, non bastano da soli a determinare un cambio di regime. Quindi siamo a un bivio: o si continua a distruggere l’Iran dall’alto, per infliggere danni dai quali non potrà risollevarsi per decenni, oppure bisogna pensare qualcos’altro. Vedremo quanto fondamento hanno le voci di un possibile blitz di terra sull’isola di Kharg, dove passa circa il 90 per cento del petrolio iraniano, per mettere gli ayatollah davvero alle strette. Ma i rischi fanno paura.

Quali sono?

Non solo perdite elevatissime, in uomini e mezzi, per la vulnerabilità anche ad attacchi di guerriglia, ma soprattutto la possibilità di attivare quella che è già stata chiamata “operazione Sansone”: una rappresaglia sistematica su impianti e campi petroliferi che manderebbe alle stelle i prezzi dell’energia e causerebbe un disastro ambientale globale. Questa volta sarebbero i filistei a far crollare il tempio.

(Paolo Rossetti) 

Fonte: ilsussidiario.net

 

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