di Carlo Curti Gialdino, Vicepresidente Istituto Diplomatico Internazionale
Mentre i riflettori dei media internazionali e le analisi degli esperti rimangono ossessivamente puntati sulle percentuali di arricchimento dell’uranio, sulla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz o sul destino dei patrimoni finanziari iraniani congelati, un silenzio assordante avvolge il destino degli individui. È una logica aberrante quella che sacrifica il diritto delle persone sull’altare degli interessi economici e delle strategie belliche, riducendo migliaia di esseri umani a trascurabili annotazioni tecniche nei dossier geopolitici.
Eppure, dietro il rumore della guerra, si consuma il dramma di chi è rimasto intrappolato in un labirinto burocratico che dura da quasi mezzo secolo. Il punto di rottura risale al 4 novembre 1979, quando l’assalto all’ambasciata Usa e Teheran diede il via alla crisi degli ostaggi. Quel trauma portò alla rottura formale di ogni relazione il 7 aprile 1980.
Da allora, i due Paesi comunicano solo attraverso Stati intermediari: la Svizzera protegge gli interessi statunitensi a Teheran e il Pakistan quelli iraniani a Washington. In questo vuoto, un solo filo ha continuato a legare i cittadini dei due paesi per decenni: il trattato di amicizia del 1955.
Sebbene nato in un’epoca politica remota, questo accordo per oltre mezzo secolo ha operato anche da fondamentale rete di sicurezza per le persone comuni. È stato grazie ad esso che migliaia di famiglie hanno potuto gestire questioni vitali come matrimoni, nascite e successioni, mantenendo un barlume di legalità nonostante l’ostilità dei governi.
Con la sua denuncia da parte della prima Amministrazione Trump nel 2028, l’ultimo scudo che proteggeva i diritti civili dei singoli è stato definitivamente rimosso. Oggi, con il conflitto esploso il 28 febbraio 2026, la crisi si concentra su circa 40.000 cittadini con doppia cittadinanza.
Washington rivendica il diritto di proteggerli in quanto statunitensi ma si scontra con il muro dell’Iran, che non riconosce il doppio passaporto: per Teheran, queste persone sono esclusivamente sudditi iraniani e, come tali, non hanno diritto ad alcun aiuto straniero.
Lo scontro si consuma, in particolare, sull’interpretazione dell’articolo 36 della Convenzione di Vienna sulle relazioni consolari del 1963, che vincola entrambi gli Stati e che dovrebbe garantire a chiunque si trovi in difficoltà in uno dei due Paesi il diritto di contattare il proprio console.
Il problema è che l’Iran, negando la validità del passaporto statunitense, impedisce fisicamente alla Svizzera (che agisce per conto degli Usa) di raggiungere queste persone. In pratica, l’Iran non rispetta i propri obblighi internazionali, ritenendo l’assistenza consolare un’ingerenza negli affari interni.
Siamo di fronte ad un conflitto di civiltà giuridica: la pretesa dello Stato di “possedere” i propri cittadini contro il diritto dell’individuo di essere protetto.
Le ragioni per cui migliaia di americani “di ritorno” ignari che le tensioni sarebbero sfociate in un drammatico conflitto armato, si sono trovati, fino alla fragile tregua, sotto i bombardamenti di Usa e Israele sono profondamente umane: rientri per assistere genitori malati o per chiudere dolorose pratiche ereditarie o altri fatti privati.
La notizia del fallimento dei colloqui di Islamabad riguarda pure queste persone. Il negoziato è stato sospeso anche perché non si è riusciti a superare il nodo dell’articolo 36: gli Stati Uniti chiedevano l’evacuazione immediata delle persone con doppio passaporto, l’Iran ha risposto che quelle persone sono soltanto propri cittadini, soggetti alle leggi di emergenza e persino alla mobilitazione militare.
Con il fallimento di Islamabad, la politica ha voltato le spalle alla vita reale. È la triste conferma di una gerarchia di valori capovolta, dove il recupero di un credito o il controllo di una rotta marittima pesano più della protezione di un padre o di un figlio intrappolati oltre confine.
In questo limbo diplomatico-consolare, l’identità di chi è cittadino di due Stati in guerra è una condanna: la prova che, quando la diplomazia fallisce, sono sempre le persone a diventare invisibili.
Fonte: Avvenire, 18 aprile 2026

