I Paesi dei Balcani occidentali hanno riportato grandi successi per entrare a far parte dell’Unione Europea.
Serbia, Albania e Macedonia del Nord, nell’ottobre 2019, hanno proposto un’iniziativa denominata “Mini-Schengen”.
Si tratta della realizzazione di una “piccola UE” collocata nell’Europa sud-orientale volta a rafforzare la cooperazione regionale in campo economico e politico con l’aspirazione di vedere gli Stati sopracitati entrare a far parte dell’Unione.

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Sono passati quasi 70 anni dall’Armistizio di Panmunjom, firmato il 27 luglio 1953 per porre fine alla Guerra di Corea, ma che non è mai sfociato in un accordo di pace formale, generando così una semplice sospensione delle ostilità tra le Coree che si mantiene fino ad oggi e che poggia su un equilibrio altamente precario.

Nel corso degli anni, sono stati portati a termine molteplici tentativi per fare il passo definitivo, in particolare con la Sunshine Policy implementata da Kim Dae-jung a partire dal 1998 e volta alla distensione dei rapporti tra Corea del Nord e Corea del Sud. Tuttavia, il fine ultimo di una pace formale non è stato raggiunto.

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Negli ultimi anni, di pari passo con l’accentuarsi della crisi ecologica globale causata dal cambiamento climatico, termini quali “picco del carbonio” e “neutralità carbonica” stanno guadagnando sempre più consenso su scala mondiale.

In risposta agli accordi globali sul clima e tenendo in piena considerazione la trasformazione dei propri modelli di sviluppo economico, molti paesi hanno portato avanti a pieno ritmo strategie atte alla riduzione delle emissioni di carbonio in diversi settori che spaziano dalla pianificazione statale alla formulazione di politiche industriali, e dall’innovazione tecnologica a basso tenore di emissioni di carbonio portata avanti in svariati campi alla gestione aziendale

Il presente studio si occupa in primo luogo di analizzare i piani e i percorsi che permetteranno all’aviazione civile cinese di raggiungere il “Doppio traguardo del carbonio” e all’aviazione civile italiana di ridurre le emissioni. In secondo luogo, il report si occupa di comparare i percorsi intrapresi dall’aviazione civile di entrambi i Paesi per limitare le emissioni, analizzando l’argomento da diverse angolazioni, tra cui anche il contesto internazionale, l’innovazione tecnologica e lo sviluppo del mercato del carbonio.

Per finire, ci si occupa anche di tracciare una panoramica delle prospettive di collaborazione tra l’aviazione civile cinese e quella italiana negli ambiti della crescita verde e dello sviluppo sostenibile

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Oltre al tradizionale concetto di mobilità, ovvero collegato al fenomeno migratorio, vi sono altre forme di mobilità per esempio la mobilità sociale, la mobilità delle conoscenze e delle culture, e le nuove forme di mobilità facilitate dalla tecnologia attuale, come la mobilità offerta dal telelavoro o dall’internazionalizzazione dell’educazione. Dietro queste molteplici forme di mobilità c’è un fenomeno potente: l’accesso a Internet e, più in generale, con l’avvento dell’era dell’informazione, la globalizzazione ha favorito anche visioni globalizzate e informazioni, soprattutto tra i giovani.

Uno studio del CMI – Centro per l’Integrazione Mediterranea, piattaforma dove le agenzie di sviluppo, governi, autorità locali e società civile di tutto il Mediterraneo si riuniscono per condividere conoscenze, discutere di politiche pubbliche e identificare soluzioni alle sfide che la regione deve affrontare.

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Il mese scorso Israele e Giordania hanno firmato, con l’appoggio degli Emirati Arabi e degli Stati Uniti, una dichiarazione di intenti per un accordo “acqua-per-energia”, ovvero una cooperazione nel campo dell’energia solare e delle risorse idriche.

Il progetto vedrà la Giordania costruire 600 megawatt di capacità di generazione solare che verrà esportata in Israele, a condizione che quest’ultimo fornisca alla Giordania, povera di risorse idriche, 200 milioni di metri cubi di acqua desalinizzata. L’accordo è stato firmato dal ministro per il cambiamento climatico degli Emirati Arabi Uniti, dal ministro dell’Acqua e dell’Irrigazione della Giordania Al-Najjar e dal ministro dell’energia di Israele alla fiera mondiale Expo 2020, a Dubai.

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GD – Roma, 17 ago. 21 – Non c’è dubbio che la “passeggiata militare” dei talebani verso le città dell’Afghanistan e la capitale Kabul (le zone rurali erano già in mano loro!) non sarebbe stata possibile senza il collasso, imprevisto e repentino, dell’esercito e delle istituzioni della fu repubblica afgana filooccidentale. Su questo fenomeno bisogna concentrarsi per capire che cos’è accaduto veramente.

A cose fatte, dopo vent’anni di impegno, centinaia di migliaia di vittime e miliardi di dollari gettati al vento, non ci si può rifugiare, come ha fatto il presidente degli Stati Uniti Joseph Biden, nella rassegnata considerazione che il progetto di “costruire una nazione, una democrazia unificata e centralizzata, rovesciando secoli di storia” era irrealizzabile. Su questo potremmo concordare con un politologo o con un filosofo della politica, non con il leader “de facto” dell’Occidente.
Se ancora l’ 8 luglio scorso Biden assicurava che non ci sarebbe stata una nuova Saigon (“Non vedrete mai la gente prelevata dal tetto dell’ambasciata”), vuol dire che a storici errori – l’ultimo attribuibile al predecessore Trump: la firma degli ambigui accordi di Doha con impegni precisi per gli americani e vaghe promesse da parte dei talebani) – si è unito il fallimento completo dell’intelligence, la totale incomprensione della situazione reale sul campo, sociale e civile prima ancora che militare.
La pioggia di denaro caduta sull’Afghanistan – oltre 2 mila miliardi di dollari stanziati solo per addestrare ed equipaggiare l’esercito afgano che, alla prova dei fatti, s’è squagliato – non ha ridotto la distanza abissale tra ricchi e poveri, tra potenti e deboli, tra capitribù e gregari senza speranze, né cementato la fiducia nelle nuove istituzioni modellate sull’esempio dell’Occidente e percepite sempre dalla popolazione come lontane ed estranee.
Il sospetto (a dir poco) è che molti di quei dollari siano finiti nelle tasche di signorotti locali della guerra – come quello di cui i talebani vincitori hanno invaso qualche giorno fa il salotto, decorato con gusto pacchiano – o di satrapi voraci e immeritevoli (fonti russe riferiscono che il presidente Ghani è scappato in Uzbekistan con quattro auto cariche di soldi).
Insomma, è verosimile che il progetto di “esportare la democrazia” sia in alcuni casi irrealizzabile, in altri francamente neanche auspicabile, ma tentare di esportare senza neppure conoscere e comprendere il Paese di destinazione, sulla base di un’antropologia un po’ sbrigativa e un po’ immaginaria, vuol dire votarsi alla catastrofe. Che puntualmente è arrivata: in una settimana, non in novanta giorni, come prevedevano i pessimisti.
Ringraziano i russi e soprattutto i cinesi, che con i talebani (politicamente cresciuti in questi vent’anni) hanno da tempo instaurato un dialogo proficuo e ora possono dar sfogo alle loro legittime ambizioni su questa parte della Via della Seta.
Non pervenuta, come troppo spesso accade, l’Unione Europea che pure del collasso di Kabul patirà le conseguenze più concrete: pagheremo con nuove ondate di profughi l’inesistenza di una politica estera comune anche sul problema afghano.
Paolo Giordani

Dopo la caduta di Kabul, la comunità internazionale si è divisa sulle condizioni per poter riconoscere il governo dei talebani in Afghanistan


La rapidissima conquista del potere in Afghanistan da parte dei talebani, che domenica 15 agosto 2021 hanno preso Kabul senza sparare un colpo ed attualmente esercitano un controllo de facto sull’intero Paese, non può non interessare chi si occupa di relazioni internazionali.

La situazione, va detto subito, è sensibilmente diversa da quella che si ebbe tra il 1996 ed il 2001. In quel frangente, infatti, la presa del potere fu violenta e ne seguirono eccidi di ogni genere. Questa volta, invece, l’esercito regolare afghano, appena cessata la deterrenza militare occidentale, con la decisione di Trump e Biden, in perfetta sintonia, di abbandonare il campo, si è praticamente dissolto come neve al sole, nonostante fosse stato equipaggiato di tutto punto dagli Stati Uniti e puntualmente addestrato dagli occidentali, italiani compresi.

Il presidente Ashraf Ghani Ahmadzai si è rifugiato, dapprima, nel vicino Tagikistan, precipitosamente abbandonato per l’Uzbekistan e gli Emirati, da cui probabilmente riparerà negli Stati Uniti, dopo che l’ambasciata afghana a Dušambe ha inoltrato richiesta all’Interpol di arrestarlo per sottrazione di fondi pubblici. Alla presidenza dell’Emirato islamico dell’Afghanistan ora siede il mullā Hibatullah Akhudzada.

Le ambasciate degli Stati occidentali hanno abbandonato Kabul in maniera sostanzialmente indisturbata (altra è la situazione, e il dramma, dei profughi). Per quanto riguarda il corpo diplomatico, il parallelo con la precipitosa partenza da Saigon nel 1975, immortalata dalla foto dell’elicottero che preleva il personale statunitense dal tetto dell’ambasciata, è del tutto erroneo. Zalmay Khalizad, l’inviato di Washington per la riconciliazione dell’Afghanistan, ha ripreso i colloqui con i talebani a Doha attraverso il loro ufficio politico in Qatar. L’ambasciata italiana, i cui addetti sono rientrati in Italia già il 16 agosto con un volo dell’Aeronautica militare, ha ripreso l’attività dalla Farnesina, avendo lasciato solo un funzionario a coordinare, insieme ai nostri militari, le partenze dall’aeroporto di Kabul, ancora sotto controllo statunitense. Nel 1996 non conobbe saccheggi, benché la nostra sede diplomatica ospiti l’unica cappella cattolica del paese, privilegio dovuto al fatto che cent’anni fa, nel 1921, l’Italia fu il primo paese occidentale a riconoscere l’indipendenza del Regno dell’Afghanistan.

Nel 1996 la riprovazione da parte della comunità internazionale fu praticamente completa, tant’è che lo Stato Islamico dell’Afghanistan fu riconosciuto soltanto da Pakistan, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti e, alle Nazioni Unite, tra il 1996 ed il 2001, continuò a sedere il rappresentante della Repubblica Islamica dell’Afghanistan.

Anche questa volta è difficile immaginare che il riconoscimento del nuovo governo afghano ed il conseguente stabilimento di relazioni diplomatiche possano essere unilaterali, anche se qualche spaccatura nella comunità internazionale già si registra. Anzitutto, la Russia e la Cina non hanno evacuato le loro sedi diplomatiche. L’ambasciatore russo Dmitri Jirnov ha dichiarato all’emittente televisiva statale Rossija 24 che i talebani hanno restaurato l’ordine pubblico, hanno assicurato protezione all’ambasciata e consentono alle giovani di proseguire le scuole. Il governo cinese, da parte sua, ha auspicato “relazioni amichevoli” con i talebani; come noto, l’unica preoccupazione di Pechino, non a caso evocata a luglio scorso, quando una delegazione talebana ha incontrato a Tianjin diplomatici cinesi, è che l’estremismo islamico non contagi lo Xinjiang, regione cinese occidentale popolata dalla minoranza musulmana e turcofona degli uiguri.

In questa situazione, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, riunito d’urgenza a New York il 16 agosto, si è limitato a chiedere il cessate il fuoco e si è preoccupato, sostanzialmente, che il nuovo corso a Kabul non offra sostegno ad organizzazioni terroristiche.

Sulla questione del riconoscimento, in modo più chiaro si è espresso, il giorno successivo, il premier britannico Boris Johnson in un colloquio con Imran Khan, capo del governo del Pakistan. Secondo quanto riferisce Downing Street, il riconoscimento della legittimità di un governo guidato dai talebani non è escluso a priori, ma sarà soggetto al rispetto da parte loro degli standard internazionalmente concordati sui diritti umani e sull’inclusione e sarà concesso in un quadro multilaterale e non unilaterale.

Lo stesso 17 agosto i ministri degli Affari esteri dell’Ue, nel corso di una riunione straordinaria e informale, convocata dall’Alto Rappresentante Joseph Borrell e tenuta in videoconferenza, hanno affermato, secondo la dichiarazione resa da Borrell a nome dell’Unione, che la cooperazione con qualsiasi futuro governo afghano sarà condizionata da una transizione dei poteri  pacifica e inclusiva, dal rispetto dei diritti fondamentali di tutti gli afghani, incluse le donne, i giovani e le minoranze, come pure dal rispetto degli impegni internazionali dell’Afghanistan, di quello di lottare contro la corruzione e sempreché il territorio afgano non ospiti organizzazioni terroristiche. Borrell ha aggiunto che la soluzione del conflitto in atto non deve risultare dall’uso della forza, ma da un negoziato basato sulla democrazia, la rule of law e il rispetto della costituzione e dell’appartenenza alle Nazioni Unite e non si è detto contrario a entrare in contatto con le nuove autorità di Kabul, che hanno vinto la guerra senza combattere, per evitare un potenziale disastro migratorio e una crisi umanitaria.

La flebile reazione del Consiglio di sicurezza ben si spiega alla luce delle segnalate posizioni cinesi e russe. La posizione degli Stati Uniti, del Regno Unito e dell’Ue può essere frutto della prudenza, necessaria in una situazione precipitata nello spazio di un paio di settimane, a dispetto delle analisi rassicuranti delle cancellerie. Ora è indispensabile garantire l’evacuazione in sicurezza dei diplomatici, dei cittadini occidentali e delle migliaia di collaboratori afghani, che hanno consentito venti anni di sostanziale pacificazione del Paese.

Ciò detto, terminato il ponte aereo di rimpatri, ci si dovrà per forza di cose preoccupare delle conseguenze geopolitiche del nuovo regime a Kabul.

Agli storici, invece, il compito di analizzare quanto accaduto dopo la decisione di Biden di non lasciare un solo soldato in Afghanistan, preconizzata, tuttavia, dall’accordo del 29 febbraio 2020 a Doha, in Qatar, tra l’amministrazione Trump e i talebani, dal curioso titolo “Accordo per portare la pace in Afghanistan tra l’Emirato islamico afghano, che non è riconosciuto dagli Stati Uniti come stato ed è noto come i Talebani, e gli Stati Uniti d’America”. Anche l’impegno ventennale dell’Alleanza atlantica ed il “suo più grande fallimento”, per usare le parole di Armin Laschet, presidente della Cdu e candidato alla cancelleria tedesca, dovranno essere oggetto di una disincantata valutazione.

Non pervenuta, purtroppo, l’Unione Europea, sempre debolissima quando le decisioni di politica estera toccano interessi nazionali divergenti.

Professor Carlo Curti Gialdino


È da oggi online il rapporto Xinjiang. Capire la complessità, costruire la pace, promosso congiuntamente da EURISPES-Laboratorio BRICS, Istituto Diplomatico Internazionale (IDI) e Centro Studi Eurasia-Mediterraneo.

Il rapporto, realizzato da un gruppo di ricercatori indipendenti, mira a fornire un quadro oggettivo e chiaro della situazione reale nella regione dello Xinjiang.

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Non solo “Recovery”, occorre anche un “Vaccination fund” per finanziare l’immunizzazione delle popolazioni più povere, che i Paesi più ricchi dovranno creare nel loro stesso interesse. Lo ha scritto a chiare lettere, in un bell’intervento sul “Guardian” di ieri (https://www.theguardian.com/commentisfree/2021/apr/12/g7-global-vaccination-covid?CMP=Share_iOSApp_Other) l’ex primo ministro britannico Gordon Brown, dal 2012 inviato speciale delle Nazioni unite per l’Educazione globale.
“Allo stato attuale – scrive Brown – i paesi ricchi che rappresentano il 18% della popolazione mondiale hanno acquistato 4,6 miliardi di dosi, il 60% degli ordini confermati. Ad oggi sono stati somministrati circa 780 milioni di vaccini, ma meno dell’1% della popolazione dell’Africa subsahariana ha avuto l’inoculazione. L’immunizzazione dell’Occidente, ma solo di una frazione del mondo in via di sviluppo, sta già alimentando le accuse di “apartheid da vaccino”, e lascerà il Covid-19 a diffondersi, mutare e minacciando le vite e il sostentamento di tutti noi per gli anni a venire”. Il problema, beninteso, non sta tanto nella produzione dei vaccini, quanto nella scarsità di denaro per pagarli. Né la “diplomazia dei vaccini”, con i Paesi produttori che usano le fiale come strumento geopolitico, né la (temporanea) rinuncia far valere i brevetti per consentire ai Paesi più poveri di avviare produzioni proprie rappresentano, secondo l’ex inquilino di Downing Street, la soluzione di cui il mondo ha bisogno, che deve essere rapida (bisognerà vaccinare ogni anno finché la malattia non sarà domata) e può apparire costosa: 30 miliardi di dollari, valuta Brown, e aggiunge che al momento nessuno sembra disposto a sottoscrivere questa cambiale. Non farlo però sarebbe un grave errore. Quei 30 miliardi sono meno del 2 per cento del piano di Biden per gli Stati Uniti (American rescue plan act). Secondo il think tank Eurasia Group, l’”equo accesso globale” ai vaccini genererà, da qui al 2025, benefici economici per le maggiori economie pari a circa 466 miliardi di dollari. Benché la pandemia abbia ridotto del 30 per cento, lo scorso anno, gli aiuti diretti dei paesi più ricchi a quelli più poveri, è nell’interesse delle economie avanzato (a parte le ovvie considerazioni morali) istituire e alimentare anno per anno il “Vaccination fund”.
Il ragionamento di Brown, a quanto è dato sapere, è già stato fatto proprio dagli sherpa che stanno preparando il summit del G7 (11-13 luglio) nel Regno Unito e quello del G20 a presidenza italiana di ottobre, che sarà preceduto, sempre a Roma, dal World health summit. Sul tema sta lavorando intensamente, per analizzare lo scenario prospettato da Brown, anche il Fondo monetario internazionale. Insomma: a giugno, o al massimo entro la fine dell’anno vedremo chi metterà mano al portafoglio. Se il G7 si dichiarerà disposto, Cina, Russia e gli altri Paesi seguiranno. In tal caso, l’Italia potrebbe contribuire per il 4 per cento del costo totale del Vaccination fund. Sarebbero soldi spesi bene.

 È stata straordinaria la copertura riservata sui mass media italiani e stranieri all’incontro ad Ankara tra il presidente turco Recep Tayyip Erdogăn, il presidente del Consiglio Europeo Charles Michel, la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen. E ciò non tanto per il contenuto dei colloqui, che pure erano assai rilevanti in quanto comprendevano, tra l’altro, la questione del rispetto dei diritti umani in Turchia, a meno di due settimane dall’annuncio (20 marzo) della denuncia da parte della Turchia della convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza di genere e la violenza domestica, firmata ad Istanbul nel 2011.
L’attenzione si è appuntata, invece, su una questione attinente al protocollo della visita, in particolare sul fatto che, nel salone del palazzo presidenziale, mentre Erdogăn ha fatto sedere Michel sulla poltrona d’onore alla sua destra, con le rispettive bandiere alle spalle, la von der Leyen ha preso posto su un divano, alla destra di Michel, mentre di fronte a lei, su di un altro divano, alla sinistra di Erdogăn, si è seduto il ministro degli Esteri, Mevlüt Çavuşoğlu.
Si è parlato, al riguardo, di incidente diplomatico, definito “Sofàgate” per le modalità dell’incontro, il cui video è rapidamente diventato virale. Vi si nota che, mentre i due uomini si accomodano con disinvolta noncuranza, la von der Leyen resta in piedi senza nascondere l’imbarazzo e, anzi, si percepisce chiaramente da parte sua un “Ehm”. Una sommessa esclamazione con cui ha espresso chiaramente il proprio disagio e l’incertezza su dove prendere posto, prima di essere fatta accomodare sul divano, a diversi metri dalle due poltrone d’onore.
Unanime è stato il coro di critiche. In Italia, ad esempio, ha unito praticamente tutti i partiti, come non è accaduto neppure di fronte alla pandemia che ha superato i centomila morti. Il comportamento di Erdogăn è stato definito marcatamente sessista per avere apparecchiato “due poltrone per tre”; Michel è stato criticato per non aver sottolineato lo sgarbo e non aver fatto il gesto, per rimediare, di cedere la propria poltrona alla von der Leyen. Neanche la presidente della Commissione Europea è uscita indenne: ad avviso di qualche commentatore, avrebbe dovuto addirittura lasciare la riunione.
A valle dell’incontro, il portavoce della Commissione Europea, Eric Mamer, ha affermato che la presidente, pur “chiaramente sorpresa”, come emerge dal video, “ha preferito dare la priorità alla sostanza piuttosto che alle questioni di protocollo o di forma”, rilevando che “questo è certamente ciò che i cittadini dell’UE si aspettavano da lei”. Ed ha aggiunto che “ci metteremo in contatto con tutte le parti coinvolte per garantire che non succeda nuovamente in futuro”, sottolineando che il rango della von der Leyen “è lo stesso” di quello di Michel, il che avrebbe richiesto che i due presidenti europei sedessero “esattamente allo stesso modo”.
Quanto a Michel, in un lungo post pubblicato nella tarda serata di ieri sulla propria pagina Facebook, dopo aver ricordato che “la stretta interpretazione da parte turca delle regole protocollari ha prodotto una situazione desolante”, si è difeso affermando che sul momento, pur rendendosi conto della spiacevolezza della situazione, ha preferito non creare un incidente pubblico, proprio all’inizio dell’incontro, e si è detto addolorato che taluno abbia pensato ad una sua indifferenza per la “goffagine procedurale” nei confronti della von der Leyen. La sua difesa non ha peraltro sortito alcun effetto, come prova l’impressionante numero di commenti negativi ricevuti.
A costo di andare controcorrente ed essere, a mia volta, accusato di machismo, vorrei chiarire quali sono le regole applicabili e se esiste una prassi alla quale fare riferimento.
Le regole, anzitutto. Trattandosi di una visita dei leader europei in uno Stato terzo, l’organizzazione spetta al servizio del cerimoniale dello Stato in questione, che sulle precedenze, quindi, segue le proprie regole. La visita è stata comunque preparata attraverso il coinvolgimento attivo della delegazione dell’Unione Europea ad Ankara, che nello specifico svolge le funzioni tipiche di una missione diplomatica. Il capo delegazione, Nicolaus Meyer-Landrut, che ha rango di ambasciatore, è un diplomatico tedesco, con oltre 30 anni di servizio. Prima di essere distaccato al Servizio europeo di azione esterna e nominato capo delegazione ad Ankara, è stato ambasciatore a Parigi (2015-2020), e, precedentemente, membro del gabinetto del cancelliere Angela Merkel con le funzioni di consigliere e per gli affari europei, dopo aver trascorso un periodo a Bruxelles all’inizio del millennio prima alla rappresentanza permanente tedesca e, durante la convenzione sul futuro dell’Europa, fungendo da portavoce del presidente Valery Giscard d’Estaing.
Pertanto, non è pensabile che possa non essere stato a conoscenza delle regole del protocollo e delle precedenze tra i titolari delle cariche di vertice dell’Unione e che abbia potuto non tener conto della presenza ad Ankara di Ursula von der Leyen, che deve tra l’altro conoscere perfettamente da quando la stessa era ministro nei Governi guidati da Angela Merkel.
Ora, trattandosi della rappresentanza esterna dell’Unione, secondo il “Manuale della presidenza del Consiglio dell’Unione Europea”, la cui ultima edizione è del 2015, l’ordine delle precedenze prevede al primo posto il Presidente del Consiglio Europeo, al secondo quello della Commissione Europea ed al terzo l’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza. Tale ordine delle precedenze è conforme, tra l’altro a quello tra Consiglio Europeo e Commissione Europea, che figura nell’art. 13 del trattato sull’Unione Europea, dopo la modifica avvenuta con il trattato di Lisbona del 2007.
Qualche opinionista ha invocato, in senso contrario, il precedente del 2015, allorché, in occasione del G20 organizzato dalla Turchia, si tenne una bilaterale UE-Turchia e la relativa foto di famiglia vede, su tre poltrone ravvicinate, Erdogăn al centro, con alla sua destra l’allora presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk e, alla sua sinistra, l’allora presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker.
Ma il precedente è debole in quanto si trattava di un incontro meno formale, svolgendosi in un albergo di Antalya e non nel palazzo presidenziale di Ankara. L’altro precedente, del 2016, avvenuto in Cina, a Huangzhou, pure a margine di un G20, è altrettanto inconferente. Lo stesso Juncker, intervistato ieri telefonicamente da “Politico” ha riconosciuto che, dal punto di vista delle precedenze protocollari, il posto n° 1 spetta al presidente del Consiglio Europeo e che pure a lui è capitato di dover prendere posto su un divano, recandosi in Stati terzi con i predecessori di Michel, cioè con van Rompuy, prima, e poi con Tusk.
Il vero problema con la Turchia, che formalmente è uno Stato terzo, dal 1999 candidato all’adesione all’UE è la distanza valoriale, il mancato rispetto dei diritti umani e del rule of law nonché la posizione geopolitica nel Mediterraneo e sulla rotta di transito dei migranti. Sarebbe bene, come hanno fatto Michel e von der Leyen, concentrarsi su questi aspetti cruciali e non agitare un inesistente incidente diplomatico, che è più opportuno derubricare rapidamente ad atto di mera scortesia da parte di Erdogăn, peraltro non contrario alla menzionata regola protocollare.
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