GD – Roma, 3 lug. 22 – Tra i risultati del Consiglio Atlantico di Madrid del 28-30 giugno scorso, ha avuto vasta eco mediatica l’invito a Svezia e Finlandia di unirsi alla NATO: la richiesta avanzata dai due Governi il 20 maggio scorso è stata approvata all’unanimità e l’opposizione della Turchia, motivata dal supporto che i due Paesi nordici fornirebbero alle organizzazioni curde, è stata superata con la firma, a margine della sessione inaugurale del Consiglio, di un memorandum d’intesa fra gli Stati candidati e la Turchia stessa.
Comprensibilmente l’attenzione dei commentatori si è concentrata sulla storica rinuncia alla neutralità da parte di due Paesi che ne avevano fatto quasi una bandiera e sulla fine della “copertura” ai curdi. È stato trascurato, invece, un profilo del memorandum che potrebbe comportare sviluppi nell’ambito della Politica Europea di Sicurezza e Difesa dell’Unione Europea (PESD).
Ci interessa il punto 8 del documento, che impegna Finlandia e Svezia a sostenere il più ampio coinvolgimento possibile della Turchia (e di altri non meglio specificati Alleati non-UE) nelle iniziative presenti e future nell’ambito della PESD, compresa la partecipazione della Turchia stessa nel progetto della Cooperazione Strutturata Permanente (PESCO), concernente la Mobilità Militare: una piattaforma strategica che consente la circolazione rapida e agevole di personale e mezzi militari in tutta l’UE, per via ferroviaria, stradale, aerea o marittima.
Come noto, la PESCO è prevista dall’art. 42, par. 6 del Trattato sull’Unione Europea TUE ed è consentita fra quegli Stati membri che rispondono a criteri più elevati in termini di capacità militari e che hanno assunto impegni più vincolanti in materia ai fini delle missioni più impegnative. La relativa disciplina è retta dall’art. 46 TUE e dal Protocollo n. 10, allegato ai Trattati dell’Unione. Con decisione del Consiglio 2017/2315, dell’11 dicembre 2017, nove mesi dopo la notifica di recesso del Regno Unito, sempre ostile ad una maggiore integrazione nel settore della difesa, 25 Stati membri, tra cui non figurano Danimarca e Malta, decisero di dare attuazione alle norme citate.
Attualmente, la PESCO, la cui governance è affidata al Consiglio Affari Esteri, che ne detiene la direzione e sovraintende al processo decisionale e alle procedure di valutazione, comprende 60 progetti, gestiti da gruppi di Stati in numero variabile con a capo un coordinatore, che riguardano vari ambiti connessi alla difesa e alla sicurezza comuni, con particolare riferimento alle strutture di formazione e alle capacità terrestri, aeree, marittime e spaziali, ibride e cibernetiche.
Il 5 novembre 2020 il quadro di partecipazione ai progetti è stato ampliato, con la decisione del Consiglio 2020/1639, che stabilisce le condizioni generali in base alle quali gli Stati terzi possono essere invitati, in via eccezionale, a partecipare a singoli progetti PESCO. Tali condizioni prevedono, tra l’altro, all’art. 3, la condivisione dei valori su cui si fonda l’Unione, il rispetto degli interessi di sicurezza e difesa dell’Unione, dei suoi Stati membri e del principio delle relazioni di buon vicinato con gli Stati membri, un buon dialogo politico con l’Unione, l’apporto di un valore aggiunto sostanziale al progetto e un contributo al raggiungimento dei suoi obiettivi.
La partecipazione, inoltre, non deve portare a dipendenze dallo Stato terzo, parte di un accordo vigente con l’Unione in tema di sicurezza delle informazioni.
Finora la partecipazione della Turchia di Recep Tayyip Erdoğan a progetti PESCO è stata rifiutata, mentre il 6 maggio 2021 il Consiglio “Affari esteri” ha accolto all’unanimità, come stabilito dal quadro giuridico, la domanda di Canada, Norvegia e Stati Uniti di essere inclusi proprio nel progetto Mobilità Militare. Quest’ultimo è, dei tanti in corso di attuazione, quello che ha riscosso il maggior successo in termini di adesioni (ne è fuori la sola Irlanda). Esso prevede la semplificazione e la standardizzazione delle procedure di trasporto militare transfrontaliero e si prefigge di consentire la libera circolazione del personale e delle risorse militari sul territorio dell’UE. Nel respingere lo scorso anno la richiesta turca, alcuni Stati membri, fra cui l’Austria, hanno espressamente rimarcato la distanza esistente fra Ankara e Bruxelles in merito ai valori fondanti l’Unione europea, il che renderebbe incompatibile la Turchia. Appare dunque evidente che la firma del memorandum rappresenta, per Erdogan, una vera e propria rivincita, che rischia però di non avere immediatamente effetti concreti.
Subito dopo la firma del memorandum tripartito, infatti, il ministro degli Esteri cipriota, Ioannis Kasoulides, ha espresso viva preoccupazione e, di seguito il ministro degli Esteri greco, Nikos Dendias, ha ricordato, dinanzi al suo Parlamento, che Grecia e Cipro hanno su questa cooperazione strutturata un significativo potere di veto all’interno del Consiglio Affari Esteri.
È pur vero che il quadro geopolitico risulta oggi parecchio mutato, rispetto allo scorso anno, quando sbattere la porta in faccia ad Ankara era facilissimo, anche come forma di dissimulata protesta per comportamenti del Governo turco considerati ostili. Un esempio? L’acquisto dalla Russia del sistema missilistico S-400, condannato dagli Stati Uniti a suon di sanzioni, con relativa espulsione dal programma di sviluppo dei jet F-35. La guerra russo-ucraina ha cambiato tutto. Ha consentito alla Turchia, in equilibrio tra Russia e NATO, di ottenere diversi risultati diplomatici e tattici.
Ankara continua a proporsi quale intermediario credibile per tentare di risolvere la crisi del grano, mantenendo aperti i canali di comunicazione con Putin e con Zelensky e offrendo la propria collaborazione per lo sminamento delle acque del Mar Nero e per il trasporto del prezioso cereale su navi battenti bandiera turca.
Allo stesso tempo, approfittando delle sanzioni occidentali, la Turchia sta coltivando il vecchio progetto di un gasdotto sottomarino, da realizzare in partnership con Israele, per sfruttare “Leviatano”, l’immenso giacimento offshore di gas naturale, 130 chilometri al largo di Haifa, in modo da fornire una valida alternativa al gas naturale russo.
Inoltre, i turchi sono riusciti a vendere i propri droni all’Ucraina e, contemporaneamente, ad attirare sul proprio territorio investitori russi penalizzati dalle sanzioni occidentali. Per non parlare del dinamismo militare: la creazione di una zona-cuscinetto di circa 30 km al confine con la Siria, liberata dalle formazioni curde; il rimpatrio “volontario” di almeno 1 milione di siriani per fronteggiare l’ondata anti-immigrati nell’opinione pubblica turca (le elezioni presidenziali sono in programma l’anno prossimo) e la ben nota presenza in Libia.
Oltre al consolidamento della posizione strategica tra Mar Nero e Mediterraneo e alle armi negoziali che Erdogan mostra di saper utilizzare – spesso anche in aperto contrasto con il diritto internazionale – la firma del memorandum di Madrid aumenta il peso politico della Turchia sulla scena globale.
Certo, dal punto di vista tecnico, la richiesta di partecipazione al MM PESCO Project va indirizzata al coordinatore (nella specie, ai Paesi Bassi), il quale poi si fa sponsor, presso il Consiglio, della domanda, che dovrà essere accolta all’unanimità: tuttavia, uno o più Stati partecipanti, – Svezia e Finlandia, in questo caso – hanno la possibilità di patrocinare richieste di terzi, a maggior ragione in presenza di un formale impegno a farlo.
Può darsi che, a valle, la prescritta unanimità non si raggiunga e che la Turchia resti ancora in anticamera. Ma già l’aver guadagnato una promessa scritta è stato un successo per Erdogan, che sa bene come ottenere ciò che vuole: magari allentando i controlli di frontiera turchi e favorendo la pressione migratoria verso l’Europa.

Roberta Lucchini
Coordinatrice Dipartimento Studi e Formazione
Istituto Diplomatico Internazionale

Crisi alimentare, transizione ecologica, flussi migratori, gli investimenti senza i quali le grandi e piccole organizzazioni non hanno modo di operare: sono alcuni dei temi affrontati dalla seconda Conferenza nazionale della Cooperazione allo sviluppo (23-4 giugno), che attirando in platea numerosi operatori, ha contribuito a definire indirizzi concreti per l’agenda di politica estera del nostro Paese.
Sulla linea del 17.o obiettivo delle Nazioni Unite per lo Sviluppo sostenibile, il Presidente della Repubblica Mattarella ha rinnovato l’impegno dell’Italia a destinare lo 0.70% del reddito nazionale lordo per il finanziamento della cooperazione allo sviluppo. In funzione delle “5 P” di Pace, Pianeta, Persone, Prosperità e Partnership, ha ricordato che non c’è pace senza sviluppo e che il progresso, per esser tale, dev’essere inclusivo.
L’obiettivo da raggiungere resta quello di un processo collaborativo che davvero non lasci indietro nessuno. Fra le varie proposte tematiche emerse si segnalano la possibilità di una significativa ristrutturazione del debito dei Paesi in via di sviluppo e l’idea di un più stretto coordinamento delle attività cooperative dei Paesi UE, che se sommate supererebbero in volume quelle cinesi e se meglio articolate potrebbero essere più efficaci, anche geopoliticamente. Numerosi gli attori coinvolti, fra cui ONG – come l’Istituto diplomatico internazionale, rappresentato dal presidente avv. Paolo Giordani – istituzioni creditizie, rappresentanti delle università, del mondo della cultura, dei sindacati e degli enti locali.

GD – Roma, 8 giu. 22 – Il 6 giugno scorso, alle 10 del mattino ora di New York, si è svolta una riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che per l’Unione Europea e le sue istituzioni ha rappresentato un passaggio significativo. L’evento merita di essere segnalato e offre due spunti di riflessione, uno più tecnico, legato al funzionamento e ai meccanismi di rappresentanza esterna dell’Unione, l’altro invece più squisitamente politico.
Sotto il primo profilo, è degna di nota la presenza stessa del presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, all’open briefing sulla situazione in Ucraina, organizzato dalla presidenza albanese del Consiglio di Sicurezza e incentrato sul tema delle violenze sessuali e della tratta di esseri umani nel contesto della guerra russo-ucraina. Michel è stato invitato ai sensi dell’art. 39 delle Provisional Rules of Procedures del Consiglio di Sicurezza, secondo il quale membri del Segretariato o altre persone ritenute competenti sugli argomenti in discussione possono essere invitate per fornire informazioni o prestare altra assistenza nell’esame di materie di competenza del Consiglio stesso. È evidente che il presidente del Consiglio europeo non ha preso parte alla riunione a titolo personale, come la lettera della disposizione citata lascerebbe intendere, ma nella sua veste di rappresentante dell’Unione europea, la quale, come noto, alle Nazioni Unite gode dello status di Osservatore Permanente dal 1974, rafforzato dal 2011 – all’Assemblea Generale. Mentre in questa sede, sempre dal 2011, il discorso del presidente del Consiglio Europeo, all’Assemblea Generale, in occasione dell’apertura della sessione annuale, a settembre, è ormai prassi consolidata e appuntamento imprescindibile, quella del 6 giugno è stata una primizia: per la prima volta dall’istituzionalizzazione del Consiglio Europeo, con il Trattato di Lisbona del 2007, in vigore dal 1° dicembre 2009, il suo presidente ha partecipato ad una riunione del Consiglio di Sicurezza.
Dal 2009, infatti, a parte la delegazione permanente dell’Unione Europea alle Nazioni Unite, solo l’Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune ha, con regolarità, riferito all’organo onusiano sulla linea dell’Unione Europea, quale partner sostanziale nel perseguimento dei fini condivisi, nelle diverse questioni di politica internazionale. Il che appare in linea con la composizione stessa del Consiglio di Sicurezza, dove generalmente siedono i rappresentanti permanenti dei membri, che di solito hanno il rango di ambasciatori, sebbene sia previsto che vi possano intervenire anche Capi di Stato o di Governo.
Per norma e prassi, è con questi ultimi che il presidente del Consiglio Europeo interagisce abitualmente, rappresentando l’Unione Europea sia nei consessi internazionali allargati che negli incontri bilaterali o in formati poco più estesi. Pertanto, la ripartizione di competenze con l’Alto Rappresentante si gioca su un piano di scala gerarchica, quindi dai confini abbastanza definiti.
Questa volta, però, considerate le drammatiche circostanze degli ultimi mesi e visto lo straordinario coinvolgimento dell’Unione Europea in tali accadimenti, si è ritenuto di dover fare un’eccezione alla prassi e dare un ulteriore, forte segnale in un contesto, quello del Consiglio di Sicurezza, che al momento non può che limitarsi ad analizzare rapporti o raccogliere testimonianze, dovendo declinare, per causa del veto espresso dalla Russia, dalla sua primaria responsabilità del mantenimento della pace e della sicurezza internazionali.
La rappresentanza esterna dell’Unione Europea, poi, materia nella quale un ruolo molto importante è giocato anche dalla Commissione, soffre di una frammentazione istituzionale che si è talvolta tradotta in tensioni più o meno dissimulate fra i diversi incumbent (basti ricordare, quale caso estremo, l’episodio del cosiddetto sofa-gate, presunto incidente protocollare scatenato alla presenza di Erdogan nell’aprile 2021, fra Charles Michel e Ursula von der Leyen). È interessante notare, tuttavia, che una – rara – circostanza in cui essa ha trovato composizione si è verificata proprio in sede ONU, il 20 settembre 2021, quando il segretario generale Guterres ha ricevuto contestualmente i tre leader Michel, von der Leyen e Borrell. Un’analoga compattezza non si è avuta, ad esempio, in occasione della visita a Kiev nel mese di aprile, quando i tre rappresentanti hanno incontrato in momenti diversi il presidente Zelenski (von der Leyen e Borrell l’8 aprile, Michel il 20), probabilmente per ragioni di prudenza e di sicurezza, ma pur sempre fornendo la plastica raffigurazione della tanto deprecata cesura fra le due facce della medaglia europea, quella intergovernativa e quella sovranazionale.
Resta il fatto che la presenza di Michel al Consiglio di Sicurezza è un importante tassello, sia per l’Unione come per l’ attivismo e le ambizioni personali dello stesso Michel, in qualche misura placate dalla recente riconferma alla guida del Consiglio Europeo fino alla fine di novembre 2024.
Va sottolineato, però, che l’intervento del presidente del Consiglio Europeo non ha aggiunto grandi contenuti a quanto già noto, e cioè che, come purtroppo accade in altre regioni del mondo, anche in Ucraina la violenza sessuale e di genere è utilizzata come arma di ricatto sulle donne e sui più deboli, integrando in tal modo un brutale crimine di guerra che dovrà essere perseguito nelle sedi deputate, poiché l’impunità non è un’opzione.
Merita invece apprezzamento la forma diretta con la quale Michel, soprattutto nella seconda parte del suo speech, si è scagliato contro la Russia attraverso un sonoro j’accuse rivolto direttamente al rappresentante permanente, Vassilij Nebenzia, nel corso del quale, deviando dal tema principale dell’incontro, ha denunciato la strumentalizzazione delle forniture di cibo come arma letale, ha ribadito come la Russia si stia nascondendo dietro una menzognera propaganda e come la guerra, termine “vietato” da Putin, stia provocando disastri incommensurabili, attraverso un effetto domino che trascina verso il baratro l’intero pianeta e di cui Mosca, da sola, è responsabile. Tutti i media hanno riferito della reazione stizzita con la quale Nebenzia ha ceduto il suo posto a un altro diplomatico, abbandonando la sala riunioni per protesta contro le “bugie” che Michel stava dispensando. Mentre l’ambasciatore usciva dall’aula, Michel lo ha incalzato, dicendogli che è più facile allontanarsi che restare ad ascoltare la verità, atteggiamento che, aggiungiamo noi, generalmente configura un’ incapacità di confrontarsi con l’interlocutore, al limite della codardia.

Roberta Lucchini
Coordinatrice Dipartimento Studi e Formazione
Istituto Diplomatico Internazionale

GD – Roma, 3 giu. 22 – Tra gli effetti inaspettati della guerra scatenata dalla Federazione Russa in Ucraina il 24 febbraio scorso sicuramente va annoverata la scelta referendaria della Danimarca di rinunciare alla trentennale esenzione (il cosiddetto opt-out) dalla politica di difesa europea.
Quella dei rapporti tra Danimarca e UE è una storia tormentata. Il 2 giugno 1992 il referendum danese sulla ratifica del Trattato di Maastricht aveva avuto esito negativo. Contro si pronunciarono, infatti, il 50,7% dei votanti (1.652.999), a favore il 49,3% (1.600.730): il no prevalse, pertanto, per soli 52.269 voti.
Il 27 ottobre, sette degli otto partiti rappresentati al Folketing pervennero ad un “compromesso nazionale” con il partito socialista popolare, che aveva sostenuto le ragioni del “no” al referendum e che, nella sostanza, rifiutava qualsiasi sviluppo politico e di impronta sovranazionale della costruzione europea, conformemente al tradizionale approccio di Copenaghen: limitarsi alla cooperazione sulle questioni economiche e al mercato comune.
Il particolare statuto relativo alla difesa prevedeva che la Danimarca, peraltro Paese membro fondatore della NATO, non avrebbe preso parte alla politica comune di difesa, né tanto meno alla difesa comune né avrebbe aderito all’UEO-Unione Europa Occidentale).
L’opting-out allora previsto (riguardante anche la terza fase dell’Unione economica e monetaria, gli impegni in materia di cittadinanza europea ed i trasferimenti di sovranità in materia di giustizia e affari interni) avrebbe dovuto essere tradotto in un atto giuridicamente vincolante, di durata illimitata, che avrebbe potuto giustificare la convocazione di un nuovo referendum.
Pertanto, il Consiglio europeo di Edimburgo dell’11 dicembre 1992 adottò un insieme di documenti, tra cui spicca la decisione dei capi di Stato e di governo concernente alcuni problemi sollevati dalla Danimarca sul trattato.
Vi si precisa, tra l’altro, che la Danimarca non partecipa all’elaborazione o all’attuazione di decisioni o iniziative dell’UE con implicazioni in materia militare ma che, nel contempo, non ostacolerà lo sviluppo di una stretta cooperazione fra gli Stati membri in questo settore.
Inoltre, si prende atto che la Danimarca rinuncerà ad esercitare la presidenza del Consiglio ogniqualvolta si tratti di elaborare e mettere in atto decisioni ed azioni con implicazioni nel settore della difesa.
Per quanto riguarda, infine, le decisioni da prendere all’unanimità, la precisazione contenuta nella decisione di Edimburgo equivale ad una astensione dichiarata dalla Danimarca in anticipo.
Un nuovo referendum, tenuto il 18 maggio 1993, con un’affluenza alle urne elevata (85%) approvò la ratifica del Trattato di Maastricht con il voto positivo del 56,8% degli elettori danesi; lo scarto a favore del “sì” fu superiore a 500.000 voti.
Per trent’anni, quindi, Copenaghen ha mantenuto gli opt-out ottenuti ad Edimburgo nel 1993 e confermati con il protocollo sulla posizione della Danimarca, adottato ad Amsterdam il 2 ottobre 1997 ed allegato ai trattati dell’UE.
Nel tempo, i Governi danesi hanno tuttavia tentato di ridurre questi opt-out, organizzando dei referendum su euro (2000) e sul pilastro giustizia e affari interni (2015), che ebbero esito negativo.
Perciò il risultato positivo del referendum sulla difesa del 1° giugno scorso, lanciato dal Governo il 6 marzo, a undici giorni dall’invasione russa dell’Ucraina, rappresenta una significativa inversione di tendenza nella politica europea della Danimarca.
I voti favorevoli si sono attestati al 66,9% (1.848.738), mentre quelli contrari si sono fermati al 33,1% (914.829).
Mai nei referendum che hanno accompagnato la partecipazione della Danimarca alle Comunità Europee e all’Unione Europea (in quello del 1972, sull’adesione i sì erano stati il 63,4%) si era registrato una così elevata percentuale di suffragi favorevoli, perfino confermando al rialzo le rilevazioni dei sondaggi, pur con una partecipazione certamente non lusinghiera (il 65,6% degli aventi diritto).
Il presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, e l’alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza, Josep Borrell, hanno definito il risultato una scelta “storica” e la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, in un tweet ha sottolineato che l’esperienza della Danimarca in materia di difesa è unanimemente apprezzata e che l’UE ne trarrà vantaggio.
La premier danese Mette Frederiksen, che ha abbandonato dopo la pandemia le tradizionali posizioni euroscettiche, probabilmente convinta dai benefici “valoriali” derivanti dalla partecipazione all’UE, ne ha tratto un notevole successo personale ad un anno dalle prossime elezioni legislative e ha rilevato che la scelta del popolo danese è “un chiaro segnale” per il presidente Putin.
È un segno ulteriore e palese della mutazione genetica nell’Unione Europea e nei suoi Stati membri provocata dall’invasione russa.
Si può ben dire che “c’è un prima e un dopo il 24 febbraio 2022”, come dimostrano anche i sei pacchetti di sanzioni adottate contro Mosca.

Ora, però, sul piano formale, la parola passa al Folketing. Il parlamento monocamerale danese deve adottare la decisione di revoca dell’opting-out, che il Governo confida di trasmettere a Bruxelles entro il prossimo 1° luglio, conformemente all’art. 7 del protocollo del 1997, secondo cui la Danimarca può in qualunque momento, secondo le proprie norme costituzionali, informare gli altri Stati membri che non intende più avvalersi, in tutto o in parte, dell’esenzione.
L’assenso del Parlamento, previsto dall’art. 19 della Costituzione in tema di ratifica dei trattati internazionali, non dovrebbe incontrare ostacoli dato che alla decisione di revoca si sono dichiarati a favore 11 partiti, compresi quelli della coalizione di Governo, a guida socialdemocratica, su 14 e contrari soltanto due partiti euroscettici di estrema destra ed uno di estrema sinistra.
La partecipazione alla cooperazione europea in materia di difesa, come, ad esempio, all’operazione di peacekeeping in Bosnia-Erzegovina, a quella antipirateria davanti alle coste della Somalia, alla cooperazione finalizzata allo sviluppo e all’acquisizione di capacità militari nel quadro dell’Unione, alla partecipazione all’Agenzia Europea per la Difesa, nonché ai progetti di cooperazione sulla cybersicurezza, comporteranno un significativo aumento del bilancio della difesa, contestualmente proposto dal Governo e già concordato in sede parlamentare, fino alla quota del 2% del PIL, stabilita in sede NATO (attualmente Copenaghen è circa all’1,5%), da raggiungere entro il 2033, con una spesa annua pari a circa 18 miliardi di corone danesi (2,38 miliardi di euro), che si aggiunge ad uno stanziamento di ulteriori 7 miliardi di corone, per i prossimi due anni, allo scopo di rafforzare le politiche in materia di difesa, diplomazia e aiuto umanitario.

Carlo Curti Gialdino
Vicepresidente
Istituto Diplomatico Internazionale

GD – Roma, 31 mag. 22 – A quasi 100 giorni dall’inizio di quella che a Mosca chiamano ancora “operazione speciale” (la versione post-sovietica dell’understatement britannico ha quasi sempre risvolti ironici), l’ipotesi di un cessate il fuoco in Ucraina e dell’avvio di negoziati “seri” appare ancora remota, per varie ragioni.
La prima e più evidente è che non solo i contendenti diretti, Russia e Ucraina, ma anche gli Stati Uniti e la Cina, pensano che dal campo di battaglia si possano ancora ricavare vantaggi: politici, per quando finalmente i negoziati “seri” si apriranno, o geopolitici, in vista del riassetto globale che a questa guerra (noi chiamiamo le cose con il loro nome) inevitabilmente seguirà. La seconda è l’assenza di un mediatore credibile.
A Putin e al suo entourage, ora che gli obiettivi di breve termine sono stati ridefiniti e che si è posto rimedio agli errori militari della prima fase, pare conveniente come minimo completare l’operazione Donbass e provare a stringere la tenaglia a sud, verso Mikolaiv e Odessa, per raggiungere la Transnistria. A Mosca c’è anche chi sogna di poter tornare all’idea iniziale: lasciare agli ucraini solo Galizia e Volinia e creare un nuovo soggetto federato, la “Novorossija”, la Nuova Russia. Sogni, per l’appunto.
Zelensky e i “falchi” americani e britannici, invece, puntano sulla fornitura di nuove e più potenti armi, anche caccia smontati e da rimontare in loco (non missili a medio raggio, ha precisato ieri il presidente Biden), per aumentare le difficoltà dell’Armata russa e possibilmente capovolgere l’andamento del conflitto o comunque costringere Putin a più miti consigli. Gli Stati Uniti, comunque attenti ad evitare l’escalation nucleare, si riprendono l’egemonia in Europa (trascurata da Trump), ottengono l’insperato ricompattamento e addirittura l’allargamento della NATO (a prezzo di inevitabili concessioni alla Turchia di Erdogan), la possibilità di indebolire significativamente la Russia.
Per la Cina, titano del commercio internazionale, questa guerra nell’immediato è un disturbo, ma ha il pregio di costringere gli Stati Uniti, nonostante gli sforzi diplomatici di Biden nel settore indo-pacifico, a concentrarsi “medio tempore” sul teatro europeo, di dare nuovo impulso a quell’architettura economico-finanziaria alternativa al dollaro cui Xi Jin Ping sta lavorando da tempo e di consegnare definitivamente al gigante asiatico un alleato potente, ma non più egemone: una clamorosa inversione dei rapporti di forza rispetto all’era sovietica.
Chi ha maggior interesse ad attivarsi per il cessate il fuoco e per l’apertura di “vere” trattative? La Turchia di Erdogan, membro dell’Alleanza Atlantica che si muove autonomamente, ambisce a creare sull’asse Mar Nero-Mediterraneo una riedizione moderna dell’Impero Ottomano e, quindi, deve potersi accreditare come potenza emergente nell’area: quale occasione migliore che mediare tra i due combattenti?
Avrebbe interesse ad attivarsi anche l’Europa, che dal conflitto è la più penalizzata. Ma a questo punto dobbiamo chiederci: quale Europa dovrebbe prendere l’iniziativa? Non tanto i Paesi dell’est ex sovietico o del Baltico, che nella Federazione russa hanno sempre visto e vedono, a maggior ragione dopo il 24 febbraio, un vicino scomodo e minaccioso, e che ora Boris Johnson vorrebbe attirare in una specie di “Santa alleanza” un po’ antirussa e un po’ anti-Unione Europea.
Avrebbe interesse ad attivarsi il nucleo storico dei Paesi euroccidentali – Germania, Francia, Italia – che con l’Unione Sovietica prima e con la Federazione Russa poi avevano trovato un modus vivendi nel nome della Realpolitik e di obiettivi interessi comuni (compresa, diciamolo chiaramente, l’integrazione tra produttore e consumatori di materie prime).
In effetti Macron, Scholz e da ultimo anche Draghi qualcosa hanno messo in campo, registrando progressi nella “diplomazia del grano”. Con mille difficoltà, perché tra aggressore e aggredito c’è e ci sarà sempre una fondamentale differenza. Ma in certi casi non essere abbastanza intraprendenti può costare caro. Dietro l’angolo, nel nuovo assetto globale, c’è il rischio che la vecchia Europa, se possibile, conti ancora meno di oggi. È essenziale che l’UE – sempre cresciuta tutte le volte che ha dovuto superare situazioni di crisi, interne ed esterne – ritrovi l’unità e colga l’occasione offertale da questo particolare momento, per dispiegare tutte le proprie potenzialità e dar corpo ad un’effettiva, e non soltanto declamata, politica estera e di sicurezza comune.

Paolo Giordani
Presidente dell’Istituto Diplomatico Internazionale

Il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) riporta annualmente le pratiche a livello mondiale con effetti dannosi sull’ambiente, fornendo al contempo indicazioni e raccomandazioni pratiche per un futuro sostenibile.

Il Rapporto “Making Peace with Nature” del 2021 guardando alle tre crisi ambientali quali, cambiamenti climatici, inquinamento e perdita di biodiversità mostra come queste siano interconnesse e, dunque, richiedano di esser affrontate in maniera coordinata.

Queste crisi dovute ad anni di implacabile ed insostenibile consumo e produzione, stanno accrescendo le ineguaglianze e minacciando il nostro futuro.

L’umanità è in guerra con la natura. Questo è insensato e suicida”. Sono queste le parole del Segretario delle Nazioni Unite António Guterres in apertura dell’ultimo rapporto dell’UNEP.

Una premessa che senza possibilità di incomprensioni sottolinea come le conseguenze della nostra imprudenza stiano già arrecando sofferenze alle persone, tremite le perdite economiche e “l’erosione della vita sulla Terra”.

A proposito degli ultimi dati sull’impatto e le minacce dovute all’emergenza climatica, il Rapporto chiarifica come la nostra battaglia contro la natura abbia danneggiato profondamente il Pianeta.

Al contempo, vuole essere una guida verso un vivere migliore, stabilendo un piano per la pace e per la ricostruzione di un sistema sostenibile.

Viene ridefinito il concetto di natura, come valore. Da questo riconoscimento dovranno poi derivarne nuove politiche, modelli economici e investimenti mirati alla promozione della natura e, dunque, al benessere della Terra al pari di quello umano.

La crisi sorta con il COVID-19 ha accelerato il cambiamento ed è ora necessario veicolare gli sforzi della ricostruzione verso un cammino che tenga conto dei danni climatici.

Sebbene l’Emissions Gap Report 2020 dell’UNEP mostra, come durante la pandemia, le emissioni di gas serra siano temporaneamente diminuite. Ma la temperatura aumenterà di almeno 3°C, nel corso di questo secolo.

Il Segretario Antonio Guterres richiama l’attenzione sul fine ultimo delle Nazioni Unite, nel formare una coalizione globale per la carbon neutrality.

Se adottata da ogni Paese, città, istituzioni e imprese di tutto il mondo, l’obiettivo delle zero emissioni, entro il 2050, potrebbe ancora sortire un grande effetto sui cambiamenti climatici.

La fatale interconnessione tra le crisi ambientali limiterà inevitabilmente il nostro margine d’azione dell’80% nel raggiungimento dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile, previsti dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

Gli obiettivi di sviluppo come la fine della povertà e la riduzione della fame sono difficilmente raggiungibili a parità di condizioni climatiche. Ad oggi, sono enormi i costi economici che ne derivano oltre che le morti premature di milioni di persone ogni anno.

Il benessere delle nuove generazioni dipenderà dall’inversione delle condotte ambientali finora dannose o incuranti delle conseguenze.

La decade in arrivo sarà cruciale. Nel mondo, si dovranno ridurre le emissioni di carbonio del 45%, entro il 2030, rispetto ai livelli del 2010 e raggiungere zero-emissioni entro il 2050 per limitare il riscaldamento della Terra ai 1.5°C come è stato previsto dagli Accordi di Parigi.

Sebbene rispettare i target concordati sia tecnicamente fattibile, l’impegno politico manca di determinazione.

Nessuno degli obiettivi globali per la protezione della vita sulla Terra è stato pienamente soddisfatto. Neanche i target inclusi nel Piano Strategico per la biodiversità 2011-2020 o quelli derivanti dalla Convenzione di Aichi (Giappone) sono stati rispettati.

Le specie animali si stanno estinguendo ad un tasso dalle 10 alle 100 volte più veloce del loro livello naturale.

Si stima una presenza sulla Terra di circa 8 milioni di specie di piante e animali. Di queste, un milione sono a rischio di estinzione.
A livello mondiale, solo 6 dei 20 degli obiettivi Aichi sono stati parzialmente raggiunti, come l’impegno per l’estensione delle aree protette e l’intensificazione degli investimenti internazionali verso i Paesi in Via di Sviluppo.

Debole o nessun progresso è stato fatto sugli altri obiettivi, come l’eliminazione dei sussidi dannosi.

L’attuale riscaldamento globale, maggiore sulla Terra che negli Oceani, raggiunge il picco nelle regioni polari dove ha già causato lo scioglimento delle calotte glaciali e ghiacciai, provocando un innalzamento dei livelli del mare.

Oltre ai rischi per la perdita di biodiversità, ne derivano anche molteplici e più estremi eventi naturali, cambiamenti delle regioni climatiche, inclusa un’espansione delle zone aride e una riduzione di quelle polari.

Le emissioni di gas serra che intrappolano il calore stanno aumentando, con conseguenti concentrazioni atmosferiche mai viste negli ultimi 800 mila anni.

L’obiettivo degli accordi sul clima di Parigi deve andare di pari passo con la conservazione e il ripristino della biodiversità, minimizzando l’inquinamento e lo spreco.

Le emergenze ambientali e il benessere degli esseri umani devono essere considerati due cause in sinergia.

Quest’ultimo dipende sostanzialmente dalle risorse naturali che con i tradizionali sistemi di produzione e consumo sono diminuite drasticamente, riducendo la capacità della terra di provvedere oggi e in futuro alla prosperità dell’essere umano.

Le malattie zoonotiche (malattie che possono essere trasmesse direttamente o indirettamente tra gli animali e l’uomo) oltre ad essere un grande rischio per la salute umana, sono pericolose anche per la salute economica di un Paese, come ha dimostrato, recentemente, la pandemia di Covid-19.

È stato stimato che dei 1.6 milioni di potenziali virus nei mammiferi e uccelli, 700 mila possono rappresentare un rischio per la salute umana. Questo pericolo di trasmissione dal mondo animale dipende in parte dalla gestione del rapporto uomo-natura.

Negli ultimi 50 anni l’economia globale ha raggiunto sempre più alti livelli, grazie al rafforzamento delle capacità estrattive e dello sviluppo energetico che ha permesso la crescita di produzione e consumo.

La popolazione mondiale ha raggiunto i 7.8 miliardi e sebbene anche la produttività sia duplicata, circa 1.3 miliardi di persone si trovano in condizioni di povertà e circa 700 milioni soffrono la fame.

I sistemi alimentari, idrico ed energico possono e devono essere trasformati per soddisfare la crescente domanda in modo equo, resiliente e rispettoso dell’ambiente.

Il corrente modello di sviluppo profondamente diseguale e ad alto sfruttamento di risorse causa un declino ambientale a causa del cambiamento climatico, la perdita di biodiversità e altre forme di inquinamento e di degradazione delle risorse.

Il sistema economico, finanziario e produttivo può e deve essere trasformato per guidare e promuovere la transizione verso la sostenibilità.

Il capitale naturale deve essere incluso nel processo di decision-making e guidare gli investimenti verso un futuro sostenibile.

Ognuno ha un ruolo fondamentale nel ridefinire il rapporto che abbiamo con la natura. Un modello di governance condivisa è la chiave per promuovere la partecipazione di ciascuno di noi in questo processo di transizione.

Storicamente, il sistema sociale, economico e finanziario hanno fallito nel riconoscere i benefici che la società trae dalla natura. La maggior parte di questi benefici essenziali non ha un riconoscimento finanziario all’interno del mercato, pur essendo alla base della corrente e futura prosperità.

La conoscenza dell’uomo, l’ingegno, la tecnologia e la cooperazione possono trasformare società ed economie assicurandone un futuro sostenibile.

Troppo spesso, negli ultimi decenni, gli interessi a breve termine sono prevalsi sugli sforzi volti a frenare il declino ambientale.

In più occasioni il Report richiama la cooperazione internazionale come punto chiave per ottenere risultati concreti nel raggiungimento delle emissioni zero, sia rispetto alla scadenza del 2050 che del 2070.

Ad oggi, non si è riusciti a rispettare la maggior parte dei limiti concordati.

Isolati sforzi regionali non riusciranno a raggiungere un obiettivo così ambizioso.

Soltanto un cambiamento radicale per mezzo dell’innovazione, l’educazione, la collaborazione intra ed extra settoriale, il multilateralismo e le strutture di governance più flessibili porteranno a risultati concreti, volti al rallentamento di questa degenerazione climatica che coinvolge ognuno di noi.

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Si sa, il futuro di ogni Nazione sono i giovani, ma la situazione economica attuale e la precarietà crescente dell’Albania non lasciano spazio ad un futuro promettente per il Paese.

Negli ultimi 30 anni, l’Albania ha affrontato due grandi ondate di emigrazione. La prima dopo la caduta della dittatura nel 1990, quando centinaia di migliaia di persone si riunirono alle porte delle Ambasciate straniere a Tirana chiedendo aiuto ai funzionari stranieri. La seconda, dopo il 2010 e presentò caratteristiche del tutto diverse.

Infatti, non si trattava più di un’emigrazione per motivi politici, ma per motivi sociali ed economici. Molti giovani albanesi scelsero di lasciare il Paese per andare all’estero e studiare nelle Università europee. Questo, era finalizzato ad ottenere inizialmente un permesso di soggiorno per motivi di studio e poi convertirlo in visto lavorativo, per poi stabilirsi del tutto in Europa e non tornare più in Albania.

Secondo un’indagine della Fondazione tedesca “Friedrich Ebert” sul tema dell’educazione dei giovani nell’Europa sudorientale, 285.000 albanesi hanno intenzione di lasciare il loro Paese, la maggior parte sono giovani.

Tra i tanti, professori, ingegneri, tecnici, avvocati, la categoria più colpita è quella degli operatori sanitari albanesi (medici e infermieri) diretti verso paesi economicamente più stabili, come la Germania.

Le ragioni che spingono gli albanesi ad emigrare sono soprattutto le condizioni lavorative, i bassi salari e la crescente disoccupazione. Si stima che solo negli ultimi dieci anni 140.390 giovani, uomini e donne, abbiano lasciato il Paese.

I laureati sono quelli che soffrono i più alti livelli di disoccupazione.

Il rapporto nazionale “La gioventù in Albania 2020″ del National Youth Resource Center Albania afferma che, secondo i dati ISTAT, analizzando il tasso di disoccupazione per livello di istruzione durante il 2019, circa il 14,4% dei giovani con istruzione secondaria sono disoccupati, e il 12,3% dei giovani con istruzione superiore.

Alcuni studi internazionali mostrano che i tassi di emigrazione giovanile dal Paese verso l’Europa sono molto alti.

Infatti, si teme che l’Albania potrebbe spopolarsi completamente, entro i prossimi 70 anni.

Secondo le statistiche del ” Global Economy”, che monitora gli andamenti dell’Albania dal 2007 al 2021, il Paese è al 7° posto tra 173 Paesi con il più alto indice di fuga di cervelli con indicatore 7,36.

Il valore medio per l’Albania durante questo periodo è stato di 7,36 punti di indice con un minimo di 6,6 nel 2013 e un massimo di 8,3. Secondo la media mondiale del 2021 basata su 173 Paesi l’Albania raggiunge i 5,25 punti di indice, seguita dalla Moldavia, Bosnia ed Erzegovina e la Macedonia Settentrionale, come mostra il grafico seguente.

Fonte dati: The Global Economy website

Sulla base del quadro presentato, sarebbe opportuno che i Paesi maggiormente colpiti dal fenomeno della fuga dei cervelli e di conseguenza da quello dell’invecchiamento della popolazione, presentino delle politiche volte all’inclusione e all’uguaglianze, che ridefiniscano il ruolo dei giovani nella società, riducendo a sua volta il divario nord/sud, e investendo nell’istruzione e nell’occupazione giovanile.

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Negli ultimi 20 anni, circa mezzo milione di italiani tra i 18 e i 39 anni si sono emigrati all’estero, soprattutto in Paesi dell’Unione Europea economicamente più ricchi rispetto all’Italia: Germania, Francia e Regno Unito.

E queste sono solo le informazioni ufficiali. I numeri reali sono, sfortunatamente, molto più alti, forse più del doppio.

Perché i giovani italiani sono così desiderosi di partire?

Non è per mancanza di rappresentanza politica. Dal 2013, la quota del Parlamento italiano under 40 anni è passata dal 7% al 13%.

Inoltre, l’Italia ha avuto uno dei governi più giovani tra i Paesi avanzati (superata solo dalla Francia) con l’ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi che, a 41 anni, è stato il più giovane capo dell’esecutivo di sempre.

Tuttavia, i giovani italiani rimangono profondamente insoddisfatti dello stato del loro Paese e delle opportunità lavorative che può offrire.

Infatti, nonostante le promesse dei governi, attraverso riforme volte a ringiovanire l’economia e le istituzioni del Paese, gli ultimi dati Istat[1] illustrano che nel 2018 sono partiti 117mila italiani, di cui 30mila laureati.

In quell’anno la disoccupazione giovanile era al 39% – uno dei tassi più alti dell’UE e ben al di sopra della media del 20% del blocco europeo.

Si sottolinea però come, con l’allentamento delle misure post-pandemia (2021) il tasso di disoccupazione sia sceso al 9,2%, nel complesso.

A novembre 2021 gli occupati sono cresciuti di 64mila unità su ottobre e di 494mila unità su novembre 2020. Sono calati anche gli inattivi. Lo rileva l’Istituto nazionale di statistica, sottolineando che l’occupazione è cresciuta di 700mila unità su gennaio 2021 mentre è ancora inferiore al periodo pre-pandemia (febbraio 2020) di 115mila unità.

Tuttavia, gran parte degli occupati hanno ragioni per essere infelici in Italia.

Secondo Eurostat, i giovani italiani sono molto insoddisfatti del loro lavoro, e delle mansioni ricoperte. Molti condividono l’idea che vi sia ancora un importante nepotismo e poca meritocrazia.

Ad inasprire la situazione vi è sicuramente la stagnante economia italiana.

Il periodo 2012-2014 è stato particolarmente difficile, a causa di una profonda e prolungata recessione che ha portato ad un calo del 2,1% del PIL reale e del 4,3% del reddito reale pro capite.

Inoltre, ad incombere sulla precarietà della nostra economia è arrivato il Covid-19 (2019 – 2021) dove le chiusure (o le limitazioni) che hanno interessato la maggior parte delle attività economiche italiane, hanno avuto un impatto di vasta portata sul mercato del lavoro.

In primis, la perdita di posti di lavoro, congiuntamente alla diminuzione di ore lavorate, la quale, all’inizio della pandemia è stata maggiore di quella registrata durante la crisi finanziaria globale del 2008-2010.

Le categorie di lavoratori più colpite dall’emergenza sanitaria sono state principalmente quelle degli occupati temporanei, dei giovani e delle lavoratrici a bassa retribuzione.

Nelle varie fasi della storia italiana non sorprende che per molti giovani l’emigrazione sia apparsa come un’opzione migliore alla disoccupazione o alla sottoccupazione in Patria, dove devono contare sul sostegno delle loro famiglie.

Certo, alcuni finiscono in lavori precari o insoddisfacenti all’estero. Ma per i più abili e qualificati, le possibilità di costruire una carriera nel campo prescelto all’estero sono significativamente più alte che in Italia.

Non sorprende che siano proprio i più qualificati ad andarsene.

Questa tendenza è iniziata alla fine degli anni ’80, con accademici e ricercatori che non riuscivano a trovare un posto nelle Università locali. Da allora molti altri professionisti, specialmente del settore sanitario, si sono uniti a loro.

In una certa misura, questa tendenza viene compensata dall’immigrazione, con tre nuovi arrivati (ufficialmente) per ogni italiano che parte. Per l’equilibrio demografico dell’Italia, questo afflusso di stranieri, poco più di cinque milioni di persone, l’8,3% della popolazione, è uno sviluppo positivo.

Ma l’offerta limitata di posti di lavoro più qualificati nel nostro Paese, rispetto ad altri stati avanzati dell’UE, influenza anche i flussi migratori.

Con il 30% dei lavoratori stranieri che ritengono di essere troppo qualificati per la loro occupazione, l’Italia sta perdendo il suo “appeal”, soprattutto per i professionisti qualificati. È chiaro che coloro che rimangono in Italia, connazionali o stranieri, tendono ad essere i meno qualificati.

Istat rileva che in Italia, nel 2019, solo il 62,2% delle persone tra i 25 e i 64 anni possiede un diploma. Un valore decisamente inferiore a quello medio europeo (78,7% nell’Ue28) e a quello di alcuni tra i più grandi Paesi dell’Unione: 86,6% in Germania, 80,4% in Francia e 81,1% nel Regno Unito. Solo Spagna, Malta e Portogallo hanno valori inferiori all’Italia.

Dati preoccupanti riguardano anche le parità di genere.

Infatti, nonostante i livelli di istruzione delle donne siano più elevati, il tasso di occupazione femminile è molto più basso di quello maschile (56,1% contro 76,8%) evidenziando un divario di genere più̀ marcato rispetto alla media Ue e agli altri grandi Paesi europei.

Tuttavia, l’Italia, insieme ai suoi partner europei, si è già impegnata a migliorare questi risultati educativi. La strategia di crescita Europa 2020 della Commissione europea, volta a creare “un’economia intelligente, sostenibile e inclusiva”, ha richiesto ai Paesi una riduzione entro il 2020 della percentuale di abbandono scolastico al di sotto del 10% e la garanzia che almeno il 40% delle persone di 30-34 anni abbia completato una qualche forma di istruzione superiore.

Nonostante questo impegno, Istat[4] evidenzia che, dal 2019, in Italia, la quota di giovani laureati è rimasta quasi invariata (27,6%; -0,2 punti rispetto al 2018) mentre l’Unione europea, la Francia, la Spagna e il Regno Unito (pur avendo già superato l’obiettivo strategico del 40%) registrano, nel 2019, un ulteriore aumento (+0,9, +1,3, +2,3 e +1,2 punti). L’Italia resta dunque al penultimo posto nell’Ue, in posizione davvero isolata, seconda solo alla Romania.

Ma questi obiettivi rappresentano solo una piccola parte di una strategia efficace per rivitalizzare l’economia italiana e la capacità di attrarre i migliori talenti. Il resto del supporto deve venire dalle istituzioni italiane.

Il nostro governo dovrebbe mantenere la sua promessa di migliorare ulteriormente la flessibilità del mercato del lavoro e combattere la corruzione, anche sotto forma di nepotismo.

Dati i venti contrari di un’economia mondiale post-pandemia fiacca e l’eredità di una lunga recessione, tuttavia, le riforme saranno difficili da attuare, o come minimo, ci vorrà del tempo.

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L’uguaglianza di genere e il ruolo della rappresentanza femminile nella governance e nel processo decisionale

 L’Agenda 2030 delle Nazioni Unite ha posto particolare attenzione sull’uguaglianza di genere e sul ruolo delle donne nella società, nell’economia e soprattutto nel policymaking.

L’Obiettivo n. 5 “denominato Uguaglianza di genere” punta al raggiungimento di questa e dell’empowerment femminile.

Analizzando il documento di lavoro dell’ONU sulla rappresentanza delle donne nel governo locale si è potuto notare come ci sia stata, nel 2020, una proporzione dei seggi elettorali presieduti da esponenti femminili negli organi deliberativi locali.

Su 6,02 milioni di rappresentanti eletti negli organi deliberativi dei governi locali, misurati dall’indicatore Sustainable Development Goals (SDGs) in 133 Paesi, a partire dal 1° gennaio 2020, solo 2,18 milioni (36%) sono donne.

Questo dato evidenzia come la rappresentanza femminile nei governi locali sia più in alta di quella all’interno dei Parlamenti nazionali (25%).

Per il raggiungimento dell’obiettivo 5, la partecipazione paritaria delle donne nel processo decisionale è fondamentale.

Tuttavia, secondo i dati dashboard per l’indice SDGs durante il 2021, siamo ancora lontani dal suo raggiungimento.

Nei Parlamenti nazionali solo il 25,6% sono donne. Sono il 36,3% nelle amministrazioni locali e il 28,8% nelle posizioni dirigenziali.

Per garantire la loro rappresentanza nella governance è necessario intraprendere iniziative legislative sulle quote di parità di genere.

I Paesi che hanno adottato questa strategia mostrano una maggiore rappresentazione delle donne nei governi locali.

Tuttavia, non è sufficiente avere un quadro giuridico per assicurare la rappresentanza delle donne, anche il sistema elettorale è importante.

Il documento di lavoro dell’Agenzia delle Nazioni Unite per le donne analizza i vari sistemi elettorali.

È chiaro che quelli a rappresentanza proporzionale sono correlati ad un numero maggiore di donne candidate ed elette nei Parlamenti, poiché i Distretti con più membri possono incoraggiare i partiti ad includerle, oltre agli uomini, nelle liste elettorali perché quelle bilanciate possono aumentare le possibilità di successo.

Invece, i sistemi di maggioranza/pluralità nei Distretti uninominali possono ridurre la rappresentanza delle donne perché i Comitati di selezione dei partiti, a predominanza maschile, potrebbero non selezionare le donne come uniche candidate.

Secondo le statistiche dell’IPU Parline, il Ruanda nelle elezioni parlamentari del 2018 ha raggiunto il 61,3% della rappresentanza femminile.

Il ruolo delle donne nella governance e nella rappresentanza nel processo di elaborazione delle politiche è importante non solo per raggiungere l’obiettivo e gli indicatori degli SDGs ma anche per garantire lo scambio di idee e la scelta di diverse soluzioni di fronte a problemi di natura sociale ed economica.

L’obiettivo della parità di genere rimane ancora una sfida per quasi tutti gli Stati.

Questa arretratezza ha spinto il Consiglio esecutivo dell’Ente delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’empowerment delle donne, ad approvare il piano strategico 2022-2025, guidato da UN-Women per i prossimi quattro anni, attento alla scadenza dell’Agenda 2030 e il raggiungimento degli SDGs.

Questo piano strategico evidenzia come UN-Women farà leva sul suo triplice mandato unico, che comprende il supporto normativo, il coordinamento del sistema delle Nazioni Unite e le attività operative, per mobilitare un’azione urgente e sostenuta al fine di raggiungere la parità di genere e l’empowerment di tutte le donne e le ragazze.

Data la natura interconnessa delle sfide globali, è importante concentrarsi su approcci integrati per affrontare le cause profonde della disuguaglianza e puntare ad un cambiamento più ampio dei sistemi.

 

Gender equality and the role of women’s representation on governance and policy making

The UN Agenda 2030 has a special focus on gender equality and also on the role of women in the society, economy and mostly in policymaking.

But we can find the first international legislative initiatives to recognize the role and the importance of women in policymaking at the Beijing Declaration and Platform for Action. The UN Agenda and the Goal no.5 “Gender Equality” has as a main objective to achieve gender equality and empower all women and girls.

Referred to the UN working paper on “Women’s representation in local government: A global analysis” the proportion of elected seats held by women in local deliberative bodies during the 2020 of the 6.02 million elected members in deliberative bodies of local government counted by Sustainable Development Goals (SDGs) indicator in 133 countries and areas as of 1 January 2020 only 2.18 million (36 per cent) are women. This places women’s representation in local government higher than in national parliaments (25 %). To achieve the goal 5 the women’s equal participation in decision making is crucial, mostly the impact on covid 19 response and recovery but according to data dashboard for the SDGs Index during the 2021, gender parity remains far off. Women representation is 25.6% in the national Parliaments, 36.3% in the local government and 28.8 % in the managerial positions but we are not yet close to parity.

One of the best measures to ensure the representation of the women in governance is to undertake legislative initiatives about the gender equality quotas. Countries that have adopted this strategy, have higher representation of women in local government. But it is not sufficient just to have a legal framework to ensure women representation, the election system is important too.

The UN Women work paper underlines that if we compare the three most used election systems,  the majority or plurality systems (using single- member districts); proportional representation systems (using multi-member districts); and semi- proportional or mixed systems it would be clear that the Proportional representation systems correlate with higher numbers of women candidates and elected representatives in parliaments, as multi-member districts may encourage parties to include women in addition to men in the candidate lists because balanced tickets may increase electoral chances.

By comparison, majority/plurality systems in single-member districts may lower women’s representation because male-dominated party selection committees might not select women as sole candidates. According to the statistics of the IPU Parline, Rwanda in the parliamentary election in 2018 has achieved 61.3% of the women representation.

The role of women in the governance and representation of in the policymaking process   is important not only to achieve the target and indicators of the SDGs but better address the problems especially the social and economic one.

The goal of gender equality still remains a challenge for almost all countries. To better address the problems and to achieve the SDG 5, the Executive Board of the United Nations Entity for Gender Equality and the Empowerment of Women has approved the Strategic Plan 2022–2025 (the Strategic Plan) aims to guide UN-Women for the next four years – with an eye toward the 2030 deadline to achieve the SDGs. This strategic plan articulates how UN-Women will leverage its unique triple mandate, encompassing normative support, UN system coordination and operational activities, to mobilize urgent and sustained action to achieve gender equality and the empowerment of all women and girls and support the achievement of the 2030 Agenda.

Given the interconnected nature of global challenges, it is important to focus on integrated approaches to address the root causes of inequality and affect broader systems change.

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GLI INTERESSI DI PUTIN E GLI ERRORI DELL’OCCIDENTE

Cinquecento anni fa un grande italiano spiegò al mondo che politica e morale sono distinte e spesso distanti. Più di qualcuno, al di là e al di qua dell’Atlantico, non l’ha ancora capito o fa finta di non capire. Lo sa benissimo, invece, il presidente russo Vladimir Putin che questa mattina, quarantott’ore dopo aver riconosciuto l’indipendenza delle repubbliche di Donetsk e Lugansk, ha ordinato l’invasione dell’Ucraina. Sia chiaro, e non lo ripeteremo mai abbastanza: le minacce, la violazione della sovranità di uno Stato e l’uso della forza per risolvere le controversie meritano la più severa condanna da parte della comunità internazionale. E nulla può giustificare la perdita di vite umane, chissà quante, che quest’attacco comporta. Però suona davvero ipocrita il tono moraleggiante di certi leader e osservatori politici che si indignano e ostentano, oltre alla riprovazione, una dose davvero eccessiva di sorpresa.

C’è poco da sorprendersi: ogni grande potenza, o blocco di potenze, crea e coltiva intorno a se stessa una zona di rispetto. L’Unione sovietica violò la zona di rispetto americana nel 1962, quando tentò di installare missili a Cuba. Il presidente Kennedy comprensibilmente reagì mandando la flotta e il mondo fu davvero ad un passo dalla terza guerra mondiale. Dopo la dissoluzione dell’URSS e del Patto di Varsavia, approfittando della debolezza della nuova Russia, l’Alleanza atlantica si è allargata innanzitutto ai Paesi europei del defunto Patto e ai baltici. La reazione russa è scattata nel 2008, quando prese corpo l’ipotesi di far entrare nell’Alleanza anche la Georgia, che con Bielorussia e Ucraina fa parte della “zona di rispetto” ritenuta “inviolabile” da Putin: le regioni separatiste di Abkhazia e Ossezia passarono sotto il controllo russo. Ma il Caucaso, per quanto strategico, è lontano da Mosca. L’Ucraina no. E’, letteralmente, la “periferia” della Russia, un paese diviso in due, la cui parte orientale ha condiviso con il grande vicino mille anni di storia (a parte un breve e tumultuoso intervallo nel 1917-22 e l’indipendenza dal 1991). Kiev aveva annunciato pubblicamente il proprio interesse ad aderire alla Nato già nel 2002 e aveva poi richiesto un piano d’azione per l’adesione nel 2008. Il fatto che l’Alleanza non l’abbia mai concesso la dice lunga sulla percezione del rischio negli stessi circoli atlantici. Quanto fosse fondata la preoccupazione si è visto nel 2014: quando il Parlamento ucraino, sotto la spinta delle proteset filoeuropee, esautorò il presidente filorusso Janukovic, Putin reagì occupando la Crimea, russa per popolazione e lingua, e poi annettendola tramite un contestato plebiscito. Sull’indipendenza del paese, con forti toni nazionalisti e filoccidentali, aveva puntato Volodymyr Zelensky, il comico televisivo eletto nel 2019 presidente dell’Ucraina, particolarmente incoraggiato, in chiave anti-russa, dalla debole amministrazione Biden. Troppo, per Putin, che – ora è evidente – preparava da tempo, non fidandosi più di nessuno, un’operazione militare su vasta scala.

Al dunque è facile, ma del tutto inutile, piangere sul latte versato. La presidenza Biden arranca in politica interna e cerca improbabili compensi nella competizione globale con Cina e Russia. L’Unione europea non è unita, non ha un suo esercito e una sua politica di sicurezza: mai Putin l’ha considerata neanche come interlocutore. In sintesi, l’Occidente non è stato capace né di fornire alla Russia adeguate garanzie (come ricordava ieri l’ambasciatore Sergio Romano, un’Ucraina neutrale sarebbe stata più forte e rispettata) né di mostrare vera determinazione nel rispondere al dinamismo russo. Le sanzioni sono un’arma spuntata: se praticate sul serio, in entrambe le direzioni, faranno più male a paesi come la Germania e l’Italia di quanto ne faranno al bersaglio. Putin, un po’ volpe e un po’ leone, non si fermerà certo per questo. Scommette su un Blitzkrieg, una guerra-lampo che lo porti ad ovest. Quanto ad ovest? Lo vedremo.

 

Presidente Istituto Diplomatico Internazionale (IDI) Paolo Giordani.

 

Roma, 24 febbraio 2022.

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