DIETRO TRUMP | Ecco perché Donald “preferisce” lo scontro con papa Prevost al voto cattolico

Gli attacchi di Trump a Leone XIV hanno spiazzato molti cattolici. In realtà sono coerenti con il messianismo politico del tycoon.

Agli europei, e a noi italiani in particolare, sembrano strani, e quasi inspiegabili, gli attacchi di Donald Trump a Papa Leone XIV. Non si capisce perché un presidente votato da più di metà dei cattolici americani debba coalizzarli tutti contro se stesso, nonostante le profonde divisioni tra conservatori e progressisti nell’episcopato e nel complesso dei fedeli, attaccando, anche sul piano personale, il Sommo Pontefice, che è anche il primo statunitense sul trono di Pietro. Il tycoon lo ha definito “debole con la criminalità”, “pessimo in politica estera”, pronto ad accettare l’atomica iraniana. Il senatore trumpiano Lindsey Graham gli ha dato, sic et simpliciter, dello “stupido” in diretta tv.

In premessa va ricordato che la “matrice storica” degli Stati Uniti è protestante. Dei 56 firmatari della Dichiarazione d’Indipendenza, di cui quest’anno si celebra il 250esimo anniversario, solo uno era cattolico, Charles Carroll del Maryland, che ottenne di rappresentare la colonia, dove i “papisti” non avevano neanche i diritti politici, soprattutto perché era il più ricco dei possidenti locali.

Trump, cresciuto nella fede presbiteriana, incarna una sorta di messianismo politico che rigetta la cultura “woke” (l’essere “svegli” e vigili di fronte alle diseguaglianze) e, perciò, incanta i predicatori evangelici americani, i fondamentalisti, la destra religiosa. Non a caso, come “capo” del movimento, il presidente si atteggia talvolta a “nuovo Gesù”, incurante della fondatissima accusa di blasfemia.

Lo slogan “Make America Great Again” (MAGA) — con l’enfasi posta sulla nazione, sulla sua missione storica e sul leader che la conduce verso quei lidi — è l’esatto contrario dell’universalità cattolica. E questo pesa molto. “Non voglio un Papa che critica il presidente americano”, ha confessato Trump.

Ancor di più pesa il fatto che sia un altro americano, Robert Francis Prevost, di Chicago, a guidare quell’istituzione universale che è naturalmente il limite e il contraltare di ogni ambizione di predominio, a maggior ragione se realizzata attraverso la pura forza. Gli irriverenti attacchi del tycoon hanno di fatto trasformato Papa Leone XIV, certo ben al di là delle intenzioni del Pontefice, se non nel capo, in uno dei capi dell’opposizione americana al presidente in carica: un leader che esorta i cittadini a far pressione sui loro rappresentanti al Congresso perché lavorino per la pace e che avverte: “Non ho paura dell’amministrazione USA, il mio messaggio è il Vangelo”.

Visto così, lo scontro appare meno sorprendente e, per lo storico, sa di déjà vu: da una parte la grande potenza terrena, inevitabilmente autoreferenziale e transeunte; dall’altra l’istituzione che attraversa i secoli con una missione di portata universale, quella della Civitas Dei agostiniana.

Fonte: ilsussidiario.net, 3 giugno 2026

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